È certo che ogni buon "amico" del Sacro Monte veda
il nome dell'artista Floriano Bodini legato da più fili a questo
luogo a due passi da Gemonio, dove nacque nel 1933 e dove nel 1999 fu
inaugurato l'omonimo museo civico, e da Azzio, paese da lui tanto amato.
Qui infatti, durante la Seconda Guerra Mondiale, egli visse come sfollato
da Milano e potè apprendere i primi insegnamenti in campo artistico
dal nonno materno Virgilio Mascioni, affreschista e pittore appartenente
alla nota famiglia di costruttori di organi.
La sincera amicizia che legò Bodini e Monsignor Pasquale Macchi
portò buoni frutti anche al Sacro Monte, come quando, in qualità
di arciprete del Santuario di S. Maria del Monte, Monsignor Macchi commissionò
a Bodini la grande statua bronzea di papa Paolo VI che da quasi vent'anni
accoglie i pellegrini al termine della Via Sacra. Divenuto ormai una
realtà famigliare per gli affezionati del Sacro Monte e parte
integrante della storia del luogo, questo monumento viene spesso preso
come emblema dell'artista gemoniese che, malgrado le sue opere siano
in tante importanti chiese, piazze, musei d'Italia e d'Europa, per i
varesini è innanzitutto "lo scultore del Paolo VI".
Prova ne è anche il fatto che molte volte, accompagnando i visitatori
della zona tra le sale del Museo Baroffio e del Santuario, mi capita
di sentire qualcuno che, di fronte alla sua Madonna di Loreto (bronzo,
1994), esclama: "Questo è Bodini!". La Madonna di Loreto,
che a un primo sguardo potrebbe sembrare la nostra Madonna del Monte,
perché, incoronata e avvolta in ampie vesti, regge il Bambino
anch'egli coronato, è quella che, in scala maggiore e in diverso
materiale, cioè in marmo bianco di Carrara, costituisce l'altare
del Santuario di Loreto. Non è un caso che il riconoscimento
normalmente avvenga davanti alla Madonna di Loreto perché, malgrado
siano parecchie le opere di Bodini ospitate all'interno della sala dedicata
all'arte sacra contemporanea di tema mariano, è questa che stilisticamente
si avvicina di più alla statua di Paolo VI. In entrambe troviamo
infatti caratteristiche proprie dell'arte di Bodini maturo: morbide
superfici impreziosite da motivi curvilinei incisi che donano una nuova
ricchezza decorativa a forme arrotondate. Non è azzardato riconoscere
in questa produzione una meditazione sull'arte barocca, se lo stesso
Bodini in un'intervista disse: "Ho studiato il barocco che da giovane
non consideravo: posso dire di averlo ripensato e, alla fine, capito.
In molte delle mie opere monumentali recenti si avverte un dialogo col
barocco"(1).
Difficile invece è per il visitatore non troppo esperto individuare
immediatamente Bodini nelle sue giovanili Madre e figlio (1956, noce)
o Madonna con Bambino (1957, bronzo) perché riferibili a una
fase stilistica diversa (2).
La prima scultura, eseguita nel 1956 subito dopo gli studi all'Accademia
di Brera compiuti con Francesco Messina, presenta Maria e Suo Figlio
chiusi in un volume essenziale e compatto ed è chiara testimonianza
dell'amore di Bodini per il Romanico. Il legno scabro è lavorato
in modo che sulla superficie resti abbondantemente traccia del procedere
faticoso degli attrezzi del mestiere.
La bronzea Madonna col Bambino, della quale si riporta qui la fotografia,
mostra invece un allungamento dei personaggi che è facile collegare
a esempi gotici (3) e ben rappresenta la tendenza espressionista di
Bodini che deforma o accresce alcune parti della figura oppure, al contrario,
scava e taglia la sua superficie così da provocare delle improvvise
fessure d'ombra. È una scultura tormentata in cui l'alternarsi
di sporgenze e rientranze movimenta e rende discontinuo il flusso della
luce. Le mani sia della Madonna che di Gesù Bambino sono sovradimensionate.
"Non è una novità" - dice a volte qualche ragazzino
sveglio che tuttavia non ha colto che questa è un'opera giovanile
e che l'esempio di "grandi mani" per lui più famigliare,
quello della statua di Paolo VI al Sacro Monte, è successivo
di trent'anni.
Questo dato della mani più grandi del naturale, sul quale di
solito si sofferma la curiosità di molti, emerse anche durante
la bella serata del settembre 2003, quando chiamammo Floriano Bodini
a essere protagonista del primo "Incontro con l'artista" presso
il Museo Baroffio e del Santuario, ottenendo da parte sua un consenso
immediato, frutto di genuino entusiasmo. Bodini disse che a questo interrogativo
avevano cercato di rispondere in modo diverso molti critici, alcuni
dei quali avevano formulato risposte utili e in un certo senso sorprendenti
per lo stesso scultore. L'immagine proiettata, neanche a dirsi, era
quella della statua di Paolo VI del Sacro Monte. Bodini spiegò
che delle due grandi mani protese l'una benedice e l'altra ammonisce
e che la grande dimensione sottolineava il gesto. Non negò comunque
il valore anche simbolico di questo elemento.
Monsignor Giorgio Basadonna, nella pubblicazione stampata per l'inaugurazione
del monumento nel 1986, incentrò la sua attenzione proprio su
quelle "mani così vistose, così tese e aperte, quasi
a sfidare l'equilibrio e le misure di un realismo troppo facile (
)"
e in esse seppe leggere molti significati. "Sono le mani che si
aprono all'ospitalità, alla stretta amichevole e cordiale; le
mani che hanno trasmesso innumerevoli volte la carità, l'attenzione,
la condivisione (
). Sono le mani che lungo il suo ministero sacerdotale
hanno benedetto e consacrato (
). Sono le mani stese come nel gesto
liturgico (
). Sono le mani aperte a cogliere e prolungare la tradizione
della Chiesa (
). Sono le mani che indicano quella meta che Lui
già gode (
)"(4).
Anche in un'altra opera del museo le grandi mani hanno un notevole risalto
e assumono valenza simbolica. In Maria e il Duomo di Milano (1997, bronzo),
concepita come medaglia commemorativa per il primo centenario della
nascita di Paolo VI, è raffigurata la Madonna che, le braccia
aperte e le grandi mani distese in un largo abbraccio, protegge la Chiesa,
rappresentata dal Duomo di Milano.
Per dovere di completezza bisogna aggiungere che non sono esposte presso
il museo solo opere in legno e bronzo, ma anche un bassorilievo in marmo,
materiale che Bodini cominciò a usare con continuità solo
dal 1970 circa (Madonna del Sacro Monte, 1997).
Infine un inedito dipinto giovanile (Maternità, 1958, olio su
tela), in cui un'esile candela sprigiona una grande luce all'interno
della stalla e illumina la Madre che allatta il Bambino, mostra le qualità
di un artista che non è stato solo scultore e ribadisce l'eccezionalità
del percorso variegato di un maestro della nostra terra per il quale
sentiamo nostalgia e gratitudine.
(1). E. Pontiggia,
Conversazione con Bodini, in Floriano Bodini (XI Biennale Internazionale
di Scultura Città di Carrara; Carrara, Palazzo Caselli, 27 luglio/27
settembre 2002), Pisa, 2002, p. 29.
(2). Sono gli anni del cosiddetto Realismo Esistenziale al quale il
Museo Civico Floriano Bodini ha recentemente dedicato una mostra (Realismo
Esistenziale 1954-1964, 3 luglio/2 ottobre 2005). Bodini partecipò
attivamente alla ricerca comune e allo scambio d'idee che legarono Banchieri,
Ceretti, Ferroni, Guerreschi, Romagnoli, Vaglieri nella tendenza artistica
definita dal critico Marco Valsecchi Realismo Esistenziale per il suo
legame con tematiche proprie della filosofia e della letteratura esistenzialista
francese.
(3). A questo punto appaiono chiare le parole di Elena Pontiggia che
nel suo contributo Floriano Bodini. L'espressionismo e l'antico, inserito
nel catalogo sopra citato della mostra di Carrara (p. 17) afferma che
l'arte di Bodini è "apparentemente anticlassica, ma al tempo
stesso alimentata da un colloquio continuo con la storia dell'arte,
dal romanico al gotico, dall'arcaico al barocco".
(4). G. Basadonna, Nell'abbraccio di Paolo VI, in Il monumento a Paolo
VI di Floriano Bodini al Sacro Monte di Varese, Varese, 1986, pp. 11-12.