Incuriosisce constatare come spesso l'importanza che ora attribuiamo
ad alcuni documenti non derivi tanto dallo specifico fatto che a suo
tempo si volle sancire mettendolo per iscritto, quanto da certe informazioni
quasi secondarie in origine che, lette oggi, permettono di illuminare
alcune zone scure del passato.
Anche la storia di S. Maria del Monte è segnata da notevoli episodi
in questo senso.
Innanzitutto il primo documento che ne testimonia l'esistenza è
una pergamena del 922, conservata in Archivio di Stato a Milano, nella
quale si ratifica la donazione di un certo Adalberto da Morosolo. Mai
il buon Adalberto, uomo che per noi è solo un nome del quale
ormai poco ci importa, avrebbe potuto immaginare che quell'atto di generosità
sarebbe stato per noi tanto importante. Il documento dimostra che, se
all'inizio del X secolo erano già vive la devozione alla Madonna
del Monte e la naturale necessità di sostenere con elargizioni
la chiesa di S. Maria del Monte (ecclesiae beate semperque virginis
dei Genetricis Mariae sita in monte Vellate), essa dovrà esser
stata fondata ben prima del fatidico 922.
Un altro esempio dei significati plurimi che uno stesso documento ci
può trasmettere è quello relativo ai nomi di coloro che
scolpirono alla fine del XII secolo il portale d'accesso al santuario
romanico: Domenico, maestro di Ligurno, e Lanfranco, suo figlio, colui
che lascerà la sua firma su uno dei capitelli del Chiostro di
Voltorre. Vogliamo immaginarli quel 30 maggio del 1196 mentre vengono
chiamati in qualità di testimoni alla lettura del testamento
dell'arciprete Pietro da Bussero, magari controvoglia per aver dovuto
interrompere il loro lavoro. Il notaio li qualifica come coloro che
fecero portam et retias et scalam novam s.te ecclesie tunc e cioè
la porta, le transenne e la scala nuova della chiesa di S. Maria del
Monte. L'elemento centrale della lunetta di quel portale, la Madonna
col Bambino scelta come immagine-simbolo del Museo Baroffio e del Santuario,
accoglie oggi i visitatori come fece per secoli con i pellegrini giunti
finalmente al termine della faticosa salita lungo le pendici del monte
prima della costruzione della Via Sacra. Non è cosa di poco conto
poter dare un nome agli artefici di questa bella scultura dalle morbide
forme che è anche la più antica immagine della Vergine
che si possa legare a questo luogo di lunga devozione mariana.
Anche gli autori del coro ligneo del santuario, realizzato in età
sforzesca e collocato nelle absidi laterali, ci sono noti perché
essi furono chiamati a testimoniare a seguito di eventi miracolosi avvenuti
nei mesi successivi alla morte della Beata Caterina (6 aprile 1478)(1).
Nei documenti che riportano le narrazioni dei fatti straordinari intorno
alla defunta Caterina da Pallanza, badessa del monastero da lei stessa
fondato accanto al santuario (guarigioni di ciechi, sordi, storpi, insieme
a varie manifestazioni dell'incorruttabilità del suo corpo),
sono citati in data 6 giugno 1478 come coloro che stavano lavorando
nel coro di S. Maria del Monte (ipsi omnes laborantes ad ecclesiam dominae
sanctae Mariae de Monte ad faciendum stadios chori dictae ecclesiae)
Giacomo Del Maino, Ambrogio da Angera, Bartolomeo da Como, Bernardino
Maggi, Bernardino Porro, Giovan Pietro de Donati. Non importerebbe molto
l'elenco se non riuscissimo a legare questo dato ad altre notizie.
Giacomo del Maino, definito "magister", è il nome che
ricorre maggiormente nei documenti, indice del fatto che a costui veniva
riconosciuta una certa preminenza all'interno del gruppo.
Egli è una personalità ben nota agli studiosi di arte
lombarda. Il documento che lo toglie dall'anonimato è il contratto
per una commissione già molto prestigiosa poiché si riferisce
all'esecuzione, insieme ad altri due scultori, degli stalli corali per
la basilica di Sant'Ambrogio a Milano (13 ottobre 1469).
Gli stalli del coro santambrosiano risultano essere stilisticamente
vicini agli unici quattro dossali del coro di S. Maria del Monte, realizzati
una decina di anni più tardi e giunti fino a noi dopo essere
finiti sul mercato antiquario in seguito allo smembramento seicentesco.
Due si trovano in Villa Cagnola a Gazzada (Pero con viandante seduto
e Melograno con scena di caccia), mentre due sono ancora al Sacro Monte
(Vaso con gigli e Ingresso di Cristo a Gerusalemme). Donati da Ludovico
Pogliaghi, sono esposti ora nel Museo Baroffio e del Santuario da dove
partiranno a ottobre per raggiungere temporaneamente le Sale Viscontee
del Castello Sforzesco in occasione della mostra sulla scultura lignea
lombarda del Rinascimento (21 ottobre 2005 - 29 gennaio 2006). Negli
intenti dei curatori la mostra vuole essere un importante momento nel
quale affermare presso un ampio pubblico che la scultura in legno, meno
studiata e nota rispetto alla scultura in marmo, non le è certo
inferiore in quanto a qualità artistica, ma che anzi tra l'inizio
del Quattrocento e i primi decenni del Cinquecento essa produsse alcuni
dei più ricchi capolavori dell'arte lombarda, in un felice scambio
di influenze tra scultura lignea, pittura su tavola, arte incisoria
e orafa.
I pannelli del coro del santuario risultano dominati, come la maggior
parte di quelli del coro di Sant'Ambrogio, da un motivo vegetale centrale
che nasce dalla roccia (un pero, un melograno, un ulivo, dei rami di
gigli in un vaso) intorno al quale si dispongono alcune figure. Anche
nel caso della raffigurazione di una scena narrativa come l'Ingresso
di Cristo a Gerusalemme l'impostazione resta la medesima.
Sull'ulivo che è posto in posizione centrale è arrampicato
un personaggio che ha appena staccato un ramo dalla pianta, mentre a
sinistra un uomo, che indossa gli stessi abiti quattrocenteschi del
primo, brandisce un coltello per tagliare altri rami d'ulivo, dei quali
alcuni, scolpiti a bassissimo rilievo, sono per terra. A destra quattro
personaggi precedono l'asino sul quale è Cristo, purtroppo mancante
del busto e della testa.
Non conosciamo tutti i soggetti degli stalli, benché siano stati
visti e ammirati fino al XVII secolo, come da S. Carlo che nella relazione
della sua visita pastorale del 1578 li definì "bellissimi".
Sappiamo che era rappresentato però l'atto che la tradizione
lega all'inizio del culto dedicato alla Vergine sulla cima del monte:
la sconfitta degli eretici ariani da parte di S. Ambrogio e la solenne
consacrazione dell'altare alla Madonna che aveva favorito la vittoria
nel 389.
Parecchie opere di Giacomo del Maino e della sua bottega, documentate
in molti luoghi del ducato sforzesco, sono perdute (cornice per il polittico
in S. Francesco Grande a Milano di cui faceva parte la Vergine delle
Rocce di Leonardo; ancona delle reliquie per il Castello di Pavia; ancona
per l'Ospedale S. Matteo a Pavia; Compianto per la Scuola del Sepolcro
di Cristo di Gallarate; ancona per S. Vincenzo a Gravedona), mentre
molte altre opere sono giunte fino a noi e possono essere ancora ammirate
tra Pavia e la Valtellina (ancona per S. Maurizio a Ponte in Valtellina;
Madonna col Bambino del Santuario di Grosotto; trittico di S. Perpetua
a Tirano; anconetta per l'Oratorio della Neve a Sernio; croce per la
Collegiata di Castel San Giovanni; polittico in S. Michele a Pavia).
Agli scultori del nostro coro, oltre a essere chiesto di testimoniare
sugli eventi miracolosi che accaddero nei mesi successivi alla morte
di Caterina da Pallanza, fu commissionata anche la cassa per il corpo
della beata. Possiamo solo immaginare la faccia che farebbero certi
artisti "ispirati" di oggi di fronte a una simile proposta.
Ci piace però pensare che questi magistri a lignamine abbiano
umilmente adempiuto il loro compito e che magari le loro mani siano
state mosse anche da sincera devozione avendo visto da vicino, oltre
alla straordinarietà delle guarigioni, la sincera fede di una
moltitudine che non può essere contenuta in pochi documenti notarili.
(1). Per chi volesse
approfondire la conoscenza delle vicende relative al Coro di S. Maria
del Monte segnalo solo la bibliografia più recente: R. Ganna,
Giacomo del Maino, Giovan Pietro De Donati e altri artisti a Santa Maria
del Monte sopra Varese in "Arte Lombarda", 117, 2, 1996, pp.
64-71; P. Viotto, Miracolati da Caterina da Pallanza. Nuovi documenti
per Santa Maria del Monte, in "Tracce", 2, 1996; R. Casciaro,
La scultura lignea lombarda del Rinascimento, Milano, 2000, pp. 64 -
68, 281-282.