da Il nostro Sacro Monte - 36/2005

I notai e la storia di S. Maria del Monte
a cura di Laura Marazzi

   


Incuriosisce constatare come spesso l'importanza che ora attribuiamo ad alcuni documenti non derivi tanto dallo specifico fatto che a suo tempo si volle sancire mettendolo per iscritto, quanto da certe informazioni quasi secondarie in origine che, lette oggi, permettono di illuminare alcune zone scure del passato.
Anche la storia di S. Maria del Monte è segnata da notevoli episodi in questo senso.
Innanzitutto il primo documento che ne testimonia l'esistenza è una pergamena del 922, conservata in Archivio di Stato a Milano, nella quale si ratifica la donazione di un certo Adalberto da Morosolo. Mai il buon Adalberto, uomo che per noi è solo un nome del quale ormai poco ci importa, avrebbe potuto immaginare che quell'atto di generosità sarebbe stato per noi tanto importante. Il documento dimostra che, se all'inizio del X secolo erano già vive la devozione alla Madonna del Monte e la naturale necessità di sostenere con elargizioni la chiesa di S. Maria del Monte (ecclesiae beate semperque virginis dei Genetricis Mariae sita in monte Vellate), essa dovrà esser stata fondata ben prima del fatidico 922.
Un altro esempio dei significati plurimi che uno stesso documento ci può trasmettere è quello relativo ai nomi di coloro che scolpirono alla fine del XII secolo il portale d'accesso al santuario romanico: Domenico, maestro di Ligurno, e Lanfranco, suo figlio, colui che lascerà la sua firma su uno dei capitelli del Chiostro di Voltorre. Vogliamo immaginarli quel 30 maggio del 1196 mentre vengono chiamati in qualità di testimoni alla lettura del testamento dell'arciprete Pietro da Bussero, magari controvoglia per aver dovuto interrompere il loro lavoro. Il notaio li qualifica come coloro che fecero portam et retias et scalam novam s.te ecclesie tunc e cioè la porta, le transenne e la scala nuova della chiesa di S. Maria del Monte. L'elemento centrale della lunetta di quel portale, la Madonna col Bambino scelta come immagine-simbolo del Museo Baroffio e del Santuario, accoglie oggi i visitatori come fece per secoli con i pellegrini giunti finalmente al termine della faticosa salita lungo le pendici del monte prima della costruzione della Via Sacra. Non è cosa di poco conto poter dare un nome agli artefici di questa bella scultura dalle morbide forme che è anche la più antica immagine della Vergine che si possa legare a questo luogo di lunga devozione mariana.
Anche gli autori del coro ligneo del santuario, realizzato in età sforzesca e collocato nelle absidi laterali, ci sono noti perché essi furono chiamati a testimoniare a seguito di eventi miracolosi avvenuti nei mesi successivi alla morte della Beata Caterina (6 aprile 1478)(1). Nei documenti che riportano le narrazioni dei fatti straordinari intorno alla defunta Caterina da Pallanza, badessa del monastero da lei stessa fondato accanto al santuario (guarigioni di ciechi, sordi, storpi, insieme a varie manifestazioni dell'incorruttabilità del suo corpo), sono citati in data 6 giugno 1478 come coloro che stavano lavorando nel coro di S. Maria del Monte (ipsi omnes laborantes ad ecclesiam dominae sanctae Mariae de Monte ad faciendum stadios chori dictae ecclesiae) Giacomo Del Maino, Ambrogio da Angera, Bartolomeo da Como, Bernardino Maggi, Bernardino Porro, Giovan Pietro de Donati. Non importerebbe molto l'elenco se non riuscissimo a legare questo dato ad altre notizie.
Giacomo del Maino, definito "magister", è il nome che ricorre maggiormente nei documenti, indice del fatto che a costui veniva riconosciuta una certa preminenza all'interno del gruppo.
Egli è una personalità ben nota agli studiosi di arte lombarda. Il documento che lo toglie dall'anonimato è il contratto per una commissione già molto prestigiosa poiché si riferisce all'esecuzione, insieme ad altri due scultori, degli stalli corali per la basilica di Sant'Ambrogio a Milano (13 ottobre 1469).
Gli stalli del coro santambrosiano risultano essere stilisticamente vicini agli unici quattro dossali del coro di S. Maria del Monte, realizzati una decina di anni più tardi e giunti fino a noi dopo essere finiti sul mercato antiquario in seguito allo smembramento seicentesco. Due si trovano in Villa Cagnola a Gazzada (Pero con viandante seduto e Melograno con scena di caccia), mentre due sono ancora al Sacro Monte (Vaso con gigli e Ingresso di Cristo a Gerusalemme). Donati da Ludovico Pogliaghi, sono esposti ora nel Museo Baroffio e del Santuario da dove partiranno a ottobre per raggiungere temporaneamente le Sale Viscontee del Castello Sforzesco in occasione della mostra sulla scultura lignea lombarda del Rinascimento (21 ottobre 2005 - 29 gennaio 2006). Negli intenti dei curatori la mostra vuole essere un importante momento nel quale affermare presso un ampio pubblico che la scultura in legno, meno studiata e nota rispetto alla scultura in marmo, non le è certo inferiore in quanto a qualità artistica, ma che anzi tra l'inizio del Quattrocento e i primi decenni del Cinquecento essa produsse alcuni dei più ricchi capolavori dell'arte lombarda, in un felice scambio di influenze tra scultura lignea, pittura su tavola, arte incisoria e orafa.
I pannelli del coro del santuario risultano dominati, come la maggior parte di quelli del coro di Sant'Ambrogio, da un motivo vegetale centrale che nasce dalla roccia (un pero, un melograno, un ulivo, dei rami di gigli in un vaso) intorno al quale si dispongono alcune figure. Anche nel caso della raffigurazione di una scena narrativa come l'Ingresso di Cristo a Gerusalemme l'impostazione resta la medesima.
Sull'ulivo che è posto in posizione centrale è arrampicato un personaggio che ha appena staccato un ramo dalla pianta, mentre a sinistra un uomo, che indossa gli stessi abiti quattrocenteschi del primo, brandisce un coltello per tagliare altri rami d'ulivo, dei quali alcuni, scolpiti a bassissimo rilievo, sono per terra. A destra quattro personaggi precedono l'asino sul quale è Cristo, purtroppo mancante del busto e della testa.
Non conosciamo tutti i soggetti degli stalli, benché siano stati visti e ammirati fino al XVII secolo, come da S. Carlo che nella relazione della sua visita pastorale del 1578 li definì "bellissimi". Sappiamo che era rappresentato però l'atto che la tradizione lega all'inizio del culto dedicato alla Vergine sulla cima del monte: la sconfitta degli eretici ariani da parte di S. Ambrogio e la solenne consacrazione dell'altare alla Madonna che aveva favorito la vittoria nel 389.
Parecchie opere di Giacomo del Maino e della sua bottega, documentate in molti luoghi del ducato sforzesco, sono perdute (cornice per il polittico in S. Francesco Grande a Milano di cui faceva parte la Vergine delle Rocce di Leonardo; ancona delle reliquie per il Castello di Pavia; ancona per l'Ospedale S. Matteo a Pavia; Compianto per la Scuola del Sepolcro di Cristo di Gallarate; ancona per S. Vincenzo a Gravedona), mentre molte altre opere sono giunte fino a noi e possono essere ancora ammirate tra Pavia e la Valtellina (ancona per S. Maurizio a Ponte in Valtellina; Madonna col Bambino del Santuario di Grosotto; trittico di S. Perpetua a Tirano; anconetta per l'Oratorio della Neve a Sernio; croce per la Collegiata di Castel San Giovanni; polittico in S. Michele a Pavia).
Agli scultori del nostro coro, oltre a essere chiesto di testimoniare sugli eventi miracolosi che accaddero nei mesi successivi alla morte di Caterina da Pallanza, fu commissionata anche la cassa per il corpo della beata. Possiamo solo immaginare la faccia che farebbero certi artisti "ispirati" di oggi di fronte a una simile proposta. Ci piace però pensare che questi magistri a lignamine abbiano umilmente adempiuto il loro compito e che magari le loro mani siano state mosse anche da sincera devozione avendo visto da vicino, oltre alla straordinarietà delle guarigioni, la sincera fede di una moltitudine che non può essere contenuta in pochi documenti notarili.

(1). Per chi volesse approfondire la conoscenza delle vicende relative al Coro di S. Maria del Monte segnalo solo la bibliografia più recente: R. Ganna, Giacomo del Maino, Giovan Pietro De Donati e altri artisti a Santa Maria del Monte sopra Varese in "Arte Lombarda", 117, 2, 1996, pp. 64-71; P. Viotto, Miracolati da Caterina da Pallanza. Nuovi documenti per Santa Maria del Monte, in "Tracce", 2, 1996; R. Casciaro, La scultura lignea lombarda del Rinascimento, Milano, 2000, pp. 64 - 68, 281-282.