da Il nostro Sacro Monte - 34/2004

Seguirono la stella?
a cura di Laura Marazzi

   


Non c'è visitatore del Museo Baroffio e del Santuario, dall'appassionato d'arte al semplice curioso, che davanti all'Adorazione dei Magi conservata in seconda sala non si fermi ad osservare la Madonna dall'espressione malinconica che offre alla devozione dei magi il piccolo Gesù davanti al muro della capanna che con la sua fuga veloce segna la profondità dello spazio.
Difficile dire se quello che attira di più sia il volto allungato e pallido della Madre dalla fisionomia nordica; la ricchezza di particolari (i conci di pietra della diroccata costruzione che a causa di minimi disallineamenti proiettano minuscole ombre; il villaggio che si scorge sulla destra, con le case a pan de bois dai tetti spioventi che mostrano un'architettura che non parla il nostro linguaggio); la capacità di rendere la qualità materica degli oggetti (dai bordi di pelliccia dell'abito del mago che si porta una mano al petto, al prezioso e luccicante contenitore aureo poggiato ai piedi della Vergine); il disporsi rigido e spezzato delle pieghe di vesti e mantelli.
In ogni caso tutte queste caratteristiche dovrebbero guidarci a capire che le somiglianze vanno trovate guardando verso nord, oltre i confini della pittura italiana. In effetti se leggiamo la didascalia vediamo confermata la nostra impressione. "Pittore dei Paesi Bassi", recita il cartellino che tuttavia prosegue con un apparentemente enigmatico "copia in controparte da Hugo Van der Goes".
Prima di tutto chiariamo un equivoco spesso presente: "copia" è un termine che da molti viene ingiustamente rivestito di un'accezione negativa. "Copia" non vuol dire "falso", né è sinonimo di opera di qualità scadente. A questo proposito basti pensare alle copie romane di originali greci: nessuno si sognerebbe di guardare con sufficienza statue come il Discobolo o l'Apollo del Belvedere.
L'Adorazione dei Magi del Museo Baroffio e del Santuario, databile alla fine del XV, è copia dell'Adorazione dei Magi dipinta verso il 1470 da uno dei protagonisti della pittura del Quattrocento fiammingo, Hugo Van der Goes (Gand, circa 1440 - Audergem, 1482) per il Monastero di Monforte di Lemos, nel nord della Spagna, ora conservata allo Staatliche Museen di Berlino.
La nostra copia, di dimensioni inferiori rispetto all'originale, è certamente di buona qualità e risulta importante anche in virtù del fatto che l'Adorazione di Van der Goes è mutila nella parte superiore. È proprio grazie a copie come quella del Sacro Monte che possiamo trarre un'idea piuttosto precisa dello sviluppo della porzione tagliata del dipinto originale.
Cosa significhi poi "in controparte" è presto detto. Rispetto all'Adorazione di Van der Goes la nostra copia è speculare, quasi immagine allo specchio: ciò che nell'una si trova a destra nell'altra è a sinistra e viceversa. Questo forse perché l'anonimo copista vide un'incisione del dipinto che ripetè. Se infatti si traspone il positivo dell'opera sulla matrice che va poi inchiostrata, si ottiene sul foglio finale l'originale invertito.
I colori dell'Adorazione dei Magi del Museo Baroffio e del Santuario corrispondono tuttavia quasi in toto ai colori dell'Adorazione di Van der Goes. Là dove non troviamo fedeltà, come nella veste di S. Giuseppe inginocchiato accanto alla Madonna, sembra che la disuguaglianza cromatica non sia dettata da ignoranza dei colori originali, quanto da volontà di discostarsi dal modello.
Divertente è cercare le poche differenze tra i due dipinti.
Incuriosisce per esempio il fatto che il mago inginocchiato ai piedi della Vergine in Van der Goes si presenti a capo scoperto, secondo la consueta iconografia che considera necessario questo gesto di rispetto, mentre nella copia sia raffigurato con indosso un copricapo, malgrado venga mantenuto anche quello poggiato per terra.
Di norma il mago inginocchiato davanti alla Madonna col Bambino è il più vecchio, come in questo caso, e dietro a lui stanno gli altri due, uno uomo maturo e l'altro giovane. Spesso i tre magi rappresentano infatti le tre età dell'uomo, oltre che le tre parti del mondo allora conosciuto (Europa, Asia e Africa), a significare, da una parte l'universalità del messaggio di Cristo, che si manifesta a tutti perché nato per salvare l'umanità intera, e dall'altra l'omaggio di tutto il genere umano al Figlio di Dio. Il mago moro, che con la sua scura carnagione simboleggia il continente africano e al quale la tradizione ha dato il nome di Baldassarre, è presente nella nostra Adorazione come in quella scultorea che orna la navata destra del Santuario. Anche nei nostri presepi in genere Baldassarre non manca.
Il fatto che i magi siano tre, dunque, consente di legare queste figure a una simbologia piuttosto ricca. C'è però un fatto curioso: nessuno si sognerebbe di immaginare un numero diverso di magi. I magi sono tre, lo sappiamo da quando siamo piccoli. In realtà se leggiamo il Vangelo di Matteo ci rendiamo conto come mai sia detto che costoro fossero proprio tre. In effetti nelle raffigurazioni più antiche, come quelle catacombali, a volte sono due, a volte tre, a volte quattro. Probabilmente questo dato fu dedotto dal numero dei doni portati dai magi elencati da Matteo: oro, incenso e mirra.
Credo che sia del tutto pacifico per i più che i magi fossero re. Diverse saranno le opere che affioreranno nella nostra mente nelle quali li ricorderemo ostentare preziose corone d'oro. Ancora una volta occorre constatare come nessuna fonte evangelica li presenti come sovrani. Cominciarono a essere raffigurati come re nel pieno Medioevo, quindi in età piuttosto tarda, probabilmente per affermare in modo evidente la sottomissione del potere temporale alla Chiesa. Anche per questa ragione "politica" l'importanza del tema dell'Adorazione dei Magi è stata duratura.
Perché poi si parla di "magi"? In questo caso possiamo finalmente rispondere, perché in Matteo vengono così definiti. Ci sarebbe però da capire cosa voglia dire questo termine dal significato un po' oscuro. Certamente nell'Antico Testamento la parola ha un significato negativo, essendo sinonimo all'incirca di stregone. Nel Nuovo Testamento invece ha senz'altro un significato positivo: i magi sono persone pie che Matteo dice venute da Oriente. La parola "oriente" designa tutte le regioni al di là del Giordano ed è perciò un'indicazione generica. Da dove venissero esattamente i magi dunque non si sa, come non è detto perché partirono e quale fu la speranza che li sostenne nel cammino.
Seguirono la stella, scrive Matteo. Forse i magi erano astrologi, magari persiani, come molti autori cristiani ritennero, discepoli di Zoroastro, fondatore della religione nota come Mazdeismo in base alla quale il mondo veniva visto dominato dalla lotta tra bene e male. Questa lotta sarebbe terminata col trionfo del bene grazie all'intervento del "soccorritore". Può darsi dunque che i magi siano stati mossi dalla conoscenza dell'attesa giudaica di un Re Salvatore, essendosi questa sposata con l'aspettativa persiana di un "soccorritore" vittorioso.
Spesso, come nei nostri presepi, la semplice stella, citata da Matteo senza precisarne la natura, viene nobilitata dall'aggiunta di una lunga coda, diventando cometa, probabilmente perché per gli antichi le comete erano segno di eventi eccezionali, catastrofici (guerre, terremoti, carestie) o benaugurati (nascite di importanti re o inizi di regni gloriosi). Ai tentativi di riconoscere nella stella un preciso fenomeno astronomico da inserirsi nell'ordine naturale del cosmo, si affiancò l'esegesi patristica con l'affermazione della necessità di considerare la stella un fenomeno del tutto miracoloso. Solo il carattere prodigioso di questa stella effimera avrebbe potuto infatti spiegare la bizzarria di una stella che indicò ai magi il cammino passo a passo, fermandosi ad aspettarli nelle soste, poi rimuovendosi e infine arrestandosi giunta alla meta.
Ritorniamo ora ad osservare il nostro dipinto: si noterà che i magi non sono vestiti "all'antica", come la Madonna e S. Giuseppe, ma in abiti contemporanei, cioè in abiti quattrocenteschi. Spesso, soprattutto nella pittura del primo Rinascimento, il tema sacro dell'Adorazione dei Magi viene infatti attualizzato a fini celebrativi e i magi e i protagonisti del loro corteo assumono i tratti di personaggi noti di importanti famiglie del tempo. Anche nel nostro caso verrebbe naturale pensare che almeno il mago più vecchio sia un ritratto ben caratterizzato e in effetti recentemente questo è stato individuato nel nobile Antoine de Croy. Sono state riconosciute inoltre le fattezze del figlio Philippe e di tre nipotini.
Ci si potrebbe chiedere a questo punto come mai quest'opera, certamente non legata alla storia del Sacro Monte, sia oggi nel Museo Baroffio e del Santuario. La ragione è molto semplice: l'Adorazione dei Magi faceva parte della composita collezione, ricca di dipinti fiamminghi e olandesi, che il barone Giuseppe Baroffio Dall'Aglio donò al Santuario nel 1929 e che andò ad unirsi al patrimonio artistico raccolto nei secoli presso il Santuario.