Non c'è visitatore del Museo Baroffio e del Santuario, dall'appassionato
d'arte al semplice curioso, che davanti all'Adorazione dei Magi conservata
in seconda sala non si fermi ad osservare la Madonna dall'espressione
malinconica che offre alla devozione dei magi il piccolo Gesù
davanti al muro della capanna che con la sua fuga veloce segna la profondità
dello spazio.
Difficile dire se quello che attira di più sia il volto allungato
e pallido della Madre dalla fisionomia nordica; la ricchezza di particolari
(i conci di pietra della diroccata costruzione che a causa di minimi
disallineamenti proiettano minuscole ombre; il villaggio che si scorge
sulla destra, con le case a pan de bois dai tetti spioventi che mostrano
un'architettura che non parla il nostro linguaggio); la capacità
di rendere la qualità materica degli oggetti (dai bordi di pelliccia
dell'abito del mago che si porta una mano al petto, al prezioso e luccicante
contenitore aureo poggiato ai piedi della Vergine); il disporsi rigido
e spezzato delle pieghe di vesti e mantelli.
In ogni caso tutte queste caratteristiche dovrebbero guidarci a capire
che le somiglianze vanno trovate guardando verso nord, oltre i confini
della pittura italiana. In effetti se leggiamo la didascalia vediamo
confermata la nostra impressione. "Pittore dei Paesi Bassi",
recita il cartellino che tuttavia prosegue con un apparentemente enigmatico
"copia in controparte da Hugo Van der Goes".
Prima di tutto chiariamo un equivoco spesso presente: "copia"
è un termine che da molti viene ingiustamente rivestito di un'accezione
negativa. "Copia" non vuol dire "falso", né
è sinonimo di opera di qualità scadente. A questo proposito
basti pensare alle copie romane di originali greci: nessuno si sognerebbe
di guardare con sufficienza statue come il Discobolo o l'Apollo del
Belvedere.
L'Adorazione dei Magi del Museo Baroffio e del Santuario, databile alla
fine del XV, è copia dell'Adorazione dei Magi dipinta verso il
1470 da uno dei protagonisti della pittura del Quattrocento fiammingo,
Hugo Van der Goes (Gand, circa 1440 - Audergem, 1482) per il Monastero
di Monforte di Lemos, nel nord della Spagna, ora conservata allo Staatliche
Museen di Berlino.
La nostra copia, di dimensioni inferiori rispetto all'originale, è
certamente di buona qualità e risulta importante anche in virtù
del fatto che l'Adorazione di Van der Goes è mutila nella parte
superiore. È proprio grazie a copie come quella del Sacro Monte
che possiamo trarre un'idea piuttosto precisa dello sviluppo della porzione
tagliata del dipinto originale.
Cosa significhi poi "in controparte" è presto detto.
Rispetto all'Adorazione di Van der Goes la nostra copia è speculare,
quasi immagine allo specchio: ciò che nell'una si trova a destra
nell'altra è a sinistra e viceversa. Questo forse perché
l'anonimo copista vide un'incisione del dipinto che ripetè. Se
infatti si traspone il positivo dell'opera sulla matrice che va poi
inchiostrata, si ottiene sul foglio finale l'originale invertito.
I colori dell'Adorazione dei Magi del Museo Baroffio e del Santuario
corrispondono tuttavia quasi in toto ai colori dell'Adorazione di Van
der Goes. Là dove non troviamo fedeltà, come nella veste
di S. Giuseppe inginocchiato accanto alla Madonna, sembra che la disuguaglianza
cromatica non sia dettata da ignoranza dei colori originali, quanto
da volontà di discostarsi dal modello.
Divertente è cercare le poche differenze tra i due dipinti.
Incuriosisce per esempio il fatto che il mago inginocchiato ai piedi
della Vergine in Van der Goes si presenti a capo scoperto, secondo la
consueta iconografia che considera necessario questo gesto di rispetto,
mentre nella copia sia raffigurato con indosso un copricapo, malgrado
venga mantenuto anche quello poggiato per terra.
Di norma il mago inginocchiato davanti alla Madonna col Bambino è
il più vecchio, come in questo caso, e dietro a lui stanno gli
altri due, uno uomo maturo e l'altro giovane. Spesso i tre magi rappresentano
infatti le tre età dell'uomo, oltre che le tre parti del mondo
allora conosciuto (Europa, Asia e Africa), a significare, da una parte
l'universalità del messaggio di Cristo, che si manifesta a tutti
perché nato per salvare l'umanità intera, e dall'altra
l'omaggio di tutto il genere umano al Figlio di Dio. Il mago moro, che
con la sua scura carnagione simboleggia il continente africano e al
quale la tradizione ha dato il nome di Baldassarre, è presente
nella nostra Adorazione come in quella scultorea che orna la navata
destra del Santuario. Anche nei nostri presepi in genere Baldassarre
non manca.
Il fatto che i magi siano tre, dunque, consente di legare queste figure
a una simbologia piuttosto ricca. C'è però un fatto curioso:
nessuno si sognerebbe di immaginare un numero diverso di magi. I magi
sono tre, lo sappiamo da quando siamo piccoli. In realtà se leggiamo
il Vangelo di Matteo ci rendiamo conto come mai sia detto che costoro
fossero proprio tre. In effetti nelle raffigurazioni più antiche,
come quelle catacombali, a volte sono due, a volte tre, a volte quattro.
Probabilmente questo dato fu dedotto dal numero dei doni portati dai
magi elencati da Matteo: oro, incenso e mirra.
Credo che sia del tutto pacifico per i più che i magi fossero
re. Diverse saranno le opere che affioreranno nella nostra mente nelle
quali li ricorderemo ostentare preziose corone d'oro. Ancora una volta
occorre constatare come nessuna fonte evangelica li presenti come sovrani.
Cominciarono a essere raffigurati come re nel pieno Medioevo, quindi
in età piuttosto tarda, probabilmente per affermare in modo evidente
la sottomissione del potere temporale alla Chiesa. Anche per questa
ragione "politica" l'importanza del tema dell'Adorazione dei
Magi è stata duratura.
Perché poi si parla di "magi"? In questo caso possiamo
finalmente rispondere, perché in Matteo vengono così definiti.
Ci sarebbe però da capire cosa voglia dire questo termine dal
significato un po' oscuro. Certamente nell'Antico Testamento la parola
ha un significato negativo, essendo sinonimo all'incirca di stregone.
Nel Nuovo Testamento invece ha senz'altro un significato positivo: i
magi sono persone pie che Matteo dice venute da Oriente. La parola "oriente"
designa tutte le regioni al di là del Giordano ed è perciò
un'indicazione generica. Da dove venissero esattamente i magi dunque
non si sa, come non è detto perché partirono e quale fu
la speranza che li sostenne nel cammino.
Seguirono la stella, scrive Matteo. Forse i magi erano astrologi, magari
persiani, come molti autori cristiani ritennero, discepoli di Zoroastro,
fondatore della religione nota come Mazdeismo in base alla quale il
mondo veniva visto dominato dalla lotta tra bene e male. Questa lotta
sarebbe terminata col trionfo del bene grazie all'intervento del "soccorritore".
Può darsi dunque che i magi siano stati mossi dalla conoscenza
dell'attesa giudaica di un Re Salvatore, essendosi questa sposata con
l'aspettativa persiana di un "soccorritore" vittorioso.
Spesso, come nei nostri presepi, la semplice stella, citata da Matteo
senza precisarne la natura, viene nobilitata dall'aggiunta di una lunga
coda, diventando cometa, probabilmente perché per gli antichi
le comete erano segno di eventi eccezionali, catastrofici (guerre, terremoti,
carestie) o benaugurati (nascite di importanti re o inizi di regni gloriosi).
Ai tentativi di riconoscere nella stella un preciso fenomeno astronomico
da inserirsi nell'ordine naturale del cosmo, si affiancò l'esegesi
patristica con l'affermazione della necessità di considerare
la stella un fenomeno del tutto miracoloso. Solo il carattere prodigioso
di questa stella effimera avrebbe potuto infatti spiegare la bizzarria
di una stella che indicò ai magi il cammino passo a passo, fermandosi
ad aspettarli nelle soste, poi rimuovendosi e infine arrestandosi giunta
alla meta.
Ritorniamo ora ad osservare il nostro dipinto: si noterà che
i magi non sono vestiti "all'antica", come la Madonna e S.
Giuseppe, ma in abiti contemporanei, cioè in abiti quattrocenteschi.
Spesso, soprattutto nella pittura del primo Rinascimento, il tema sacro
dell'Adorazione dei Magi viene infatti attualizzato a fini celebrativi
e i magi e i protagonisti del loro corteo assumono i tratti di personaggi
noti di importanti famiglie del tempo. Anche nel nostro caso verrebbe
naturale pensare che almeno il mago più vecchio sia un ritratto
ben caratterizzato e in effetti recentemente questo è stato individuato
nel nobile Antoine de Croy. Sono state riconosciute inoltre le fattezze
del figlio Philippe e di tre nipotini.
Ci si potrebbe chiedere a questo punto come mai quest'opera, certamente
non legata alla storia del Sacro Monte, sia oggi nel Museo Baroffio
e del Santuario. La ragione è molto semplice: l'Adorazione dei
Magi faceva parte della composita collezione, ricca di dipinti fiamminghi
e olandesi, che il barone Giuseppe Baroffio Dall'Aglio donò al
Santuario nel 1929 e che andò ad unirsi al patrimonio artistico
raccolto nei secoli presso il Santuario.