Lo scultore Enrico Manfrini, nato a Lugo di Romagna nel 1917 e morto
lo scorso maggio, ha saputo inserirsi con discrezione in un luogo particolare
qual è il Sacro Monte: una realtà con cui potrebbe essere
preferibile non misurarsi, per la sicura difficoltà nel rapportarsi
con quel ricco intreccio di religiosità, arte, storia, che ne
ha tessuto l'unicità nel tempo.
Enrico Manfrini ha deciso di accettare la sfida e ha scolpito l'Annunciazione
che dal 1984 è collocata nella navata destra del Santuario di
S. Maria del Monte, presso l'altare con il gruppo ligneo dell'Adorazione
dei Magi, e di cui nel Museo Baroffio e del Santuario è conservato
un bozzetto nella sala dedicata all'arte sacra contemporanea di tema
mariano.
Le due figure dell'Angelo Annunciante e dell'Annunciata, in bronzo dorato,
sono inserite in una specie di piazza delimitata su tre lati da edifici
in rigorosa prospettiva centrale. L'angelo, con il mantello e i capelli
ancora mossi, pare colto da Manfrini nell'attimo in cui, inginocchiatosi
davanti a Maria secondo l'iconografia tradizionale, interrompe bruscamente
il movimento che dal cielo l'ha portato al cospetto della giovane donna,
la quale incrocia le mani sul petto, in atteggiamento di consenso e
sottomissione al volere di Dio.
L'opera ben rappresenta l'arte del maestro romagnolo sempre caratterizzata
da equilibrio compositivo, modellato elegante, linguaggio narrativo
semplice e antiretorico.
Lo spazio nel quale si inserisce l'Annunciazione di Manfrini è
quello lasciato libero dal sarcofago della Beata Caterina, vuoto da
quando nel 1729 le sue spoglie furono trasportate nell'Oratorio delle
Beate per essere esposte insieme a quelle della Beata Giuliana.
La raffigurazione dell'Annunciazione tornava così con Manfrini
in Santuario, dal momento che il seicentesco pulpito in noce, recante
scolpita nel pannello centrale la scena dell'annuncio a Maria, era stato
ricoverato da qualche decennio in museo, rompendo la continuità
della narrazione che presentava la vita della Vergine, alla quale il
Santuario è dedicato, fino all'episodio delle Nozze di Cana.
Per seguire l'ordine del racconto per immagini, costituito da affreschi
e sculture, bisogna porsi nella navata sinistra così da incontrare,
partendo dal fondo, le lunette con la Nascita di Maria e la Presentazione
al tempio di Maria affrescate da Giovan Mauro della Rovere all'inizio
degli anni Trenta del XVII secolo. Al pulpito, che era addossato al
pilastro posto in mezzo alle due colonne della navata sinistra, spettava
il compito di rappresentare l'Annunciazione. Quindi la lunetta con lo
Sposalizio della Vergine, ugualmente di Giovan Mauro della Rovere, e
poi l'affresco della Natività, realizzato dai fratelli Lampugnani
nel 1633, presso l'altare con la Presentazione al Tempio, messa in scena
da un gruppo statuario ligneo. Questo precede la decorazione seicentesca,
risultando essere già in loco nel 1581, e costituisce il pendant
del gruppo scolpito intorno al 1540 da Andrea da Saronno per l'altare
della navata destra, raffigurante l'Adorazione dei Magi. Infine altre
due lunette di Giovan Mauro della Rovere, l'una nella navata sinistra
e l'altra in quella destra, rappresentano la Fuga in Egitto e le Nozze
di Cana. Quest'ultimo episodio chiude significativamente il racconto
dedicato a Maria la quale, sollecitando il Figlio perché compia
il primo miracolo, svolge un ruolo fondamentale perché si manifesti
"la sua gloria"(Giovanni, 2, 1-12).
Torniamo ora allo scultore Manfrini, del quale nel Museo Baroffio e
del Santuario sono conservati, oltre all'opera già citata, anche
una formella bronzea con l'Annunciazione, una Vergine Assunta lignea,
e una Fuga in Egitto, bozzetto bronzeo per un rilievo della porta della
Cattedrale Saint Mary di San Francisco. Insieme al Volto di Cristo di
Georges Rouault, eccezionalmente esposto in occasione della Pasqua,
è stata allora presentata al pubblico anche una Madonna del Sacro
Monte scolpita a bassorilievo entro una forma marmorea ovale, giunta
recentemente ad arricchire il corpus delle opere di Manfrini del museo.
La Vergine con il Bambino raffigurata da Manfrini, incoronata e sorretta
da angeli, è l'immagine della Madonna del Monte venerata in Santuario,
sopra l'altare maggiore.
Chissà se qualcuno tra i lettori, attenti conoscitori del Sacro
Monte, sa che l'opera di Manfrini ha impreziosito anche la bussola di
cristallo della Chiesa dell'Immacolata o la zona presbiteriale della
Chiesa dell'Annunciata (Crocifisso e candelieri in bronzo) o ancora
è servita per sopperire al furto degli angeli d'argento posti
sopra la Madonna col Bambino sull'altare maggiore del Santuario e rubati
nel 1983, rifatti da Manfrini in fusione argentata.
A questo punto, credo sia utile riassumere la biografia artistica dello
scultore romagnolo.
Nato, come già detto, nel 1917, la sua formazione artistica si
svolse prima a Bologna e poi a Milano, dove all'Accademia di Brera fu
allievo di Francesco Messina al quale successe come titolare della Cattedra
di Scultura reggendola poi per un decennio fino al 1984.
Si è dedicò con continuità all'arte sacra, tanto
da essere ben rappresentato nei principali musei d'arte sacra contemporanea
(Collezione di Arte Religiosa Moderna dei Musei Vaticani, Galleria d'Arte
Sacra dei Contemporanei di Villa Clerici a Milano-Niguarda, Collezione
d'Arte Contemporanea Arte e Spiritualità di Brescia), mentre
impossibile sarebbe elencare le numerose chiese che ospitano sue opere
(Vie Crucis, crocifissi, altari, monumenti).
Occorre però citare almeno alcune delle porte bronzee realizzate
per varie chiese e cattedrali in Italia e nel mondo: Siena, Lecco, Badia
di Cava dei Tirreni, S. Paolo fuori le Mura a Roma, S. Francisco in
California, S. Paolo a Damasco. Da segnalare è inoltre la partecipazione
di Manfrini al concorso per la quinta porta del Duomo di Milano al quale
si è classificato tra i primi tre su oltre cento concorrenti.
Fu apprezzato e prolifico medaglista, da Paolo VI come da Giovanni Paolo
II, in buona compagnia di scultori quali Floriano Bodini, Luciano Minguzzi,
Lello Scorzelli, Pericle Fazzini.
Decisamente meno abbondante è la sua produzione profana, della
quale bisogna però ricordare almeno i ritratti, nel contempo
ben caratterizzati e modellati morbidamente.
Un giudizio del filosofo Jean Guitton, amico di papa Paolo VI, che ebbe
familiarità con Manfrini e la sua arte, ben riassume alcuni tratti
salienti dell'artista: "Ho molto apprezzato l'opera di Enrico Manfrini:
le sue Madonne, i suoi Evangelisti, i suoi crocifissi. Manfrini ha saputo
esprimere il raccoglimento del cuore e le sue passioni. Manfrini ripensa
i primitivi, ma è un primitivo molto cosciente dei suoi mezzi,
che attua il ritorno a una certa infanzia con il dominio di una eccezionale
sapienza". E come non concordare scorrendo le immagini di alcune
sue Madonne legate a una tradizione di figuratività e una eleganza
stilistica che sembrano guardare al Quattrocento toscano.