La Pasqua è ormai vicina e mi piacerebbe dedicare ai lettori,
come augurio un po' speciale, l'immagine di un'opera del Museo Baroffio
e del Santuario raffigurante la Resurrezione.
L'idea è semplice e forse banale, ma non di facile realizzazione:
l'unica rappresentazione di questo fatto fondamentale per la vita di
ogni cristiano me la offre infatti solo il più antico antifonario
conservato in museo. È una miniatura di gusto francesizzante,
databile tra la fine del XIII e l'inizio del XIV secolo, che orna una
pagina pergamenacea di questo prezioso codice comprendente i due periodi
liturgici più importanti: quello del Natale e quello pasquale.
L'evento narrato vede protagoniste delle figure dai volti vivaci, purtroppo
un po' deteriorati, che occupano in modo efficace lo spazio ridotto
del capolettera. Tre donne sono in piedi presso il sepolcro, un sarcofago
verde con il coperchio spostato dal quale escono due lembi del lenzuolo
che aveva avvolto Cristo morto e ora risorto. Un'apertura nella parte
bassa del sepolcro lascia intravedere due soldati addormentati, tanto
piccoli da poter essere racchiusi, senza nemmeno troppo agio, in questo
spazio angusto, e curvi per seguire l'andamento di questa sorta di nicchia.
La soluzione più curiosa è però adottata per l'angelo
che invita le donne a non spaventarsi e annuncia l'avvenuta Resurrezione:
egli infatti sembra essere seduto sulla stanghetta centrale della lettera
E entro la quale si svolge la scena. Inoltre ha un'ala che sale verso
l'alto e un'altra che scende verso il basso, non essendo sufficiente
lo spazio per un uguale disporsi delle ali.
Lasciamo da parte i gravosi dubbi su come farà a volare di nuovo
in Cielo questo messaggero alato, così concepito, e spingiamoci
a qualche considerazione sull'iconografia.
Più che di fronte a una Resurrezione in senso proprio, ci troviamo
davanti alla raffigurazione delle Donne al sepolcro: ciò che
di straordinario doveva compiersi si è già realizzato.
È difficile immaginare come si sia svolto il miracolo della Resurrezione:
non ci furono testimoni. Nei Vangeli non si parla del fatto in sé:
in tutti e quattro però si riporta l'episodio delle pie donne
che, recatesi al sepolcro di Cristo, lo trovarono vuoto e furono chiamate
per prime a testimoniare l'impossibile realizzato(1) .
È per questa ragione che almeno fino al XIII secolo il tema delle
Donne al sepolcro è quasi sempre raffigurato al posto della Resurrezione,
soggetto raro perché non suffragato dalle Sacre Scritture.
Solo con l'inizio del XV secolo diventa frequente rappresentare Cristo
risorto, secondo due modalità: o sta sospeso tra cielo e terra
sopra al sepolcro scoperchiato, circonfuso di luce, magari entro una
mandorla, similmente al Cristo dell'Ascensione, oppure esce trionfante
dal sarcofago innalzando il vessillo della croce, rossa in campo bianco,
simbolo della vittoria sulla morte.
Anche nelle più antiche immagini che alludono alla Resurrezione,
quelle che vedono Cristo rappresentato come agnello, vittima sacrificale
che trionfa sulla morte, troviamo il medesimo vessillo rossocrociato.
È quello stesso stendardo che il Redentore impugna nella decima
cappella della Via Sacra, dedicata al primo Mistero Glorioso, tra la
paura e lo stupore dei soldati posti a guardia della sepoltura, scoperchiata.
Solo un soldato continua a dormire, incurante, mentre le anime di alcuni
morti, affrescati sulle pareti, vengono liberate dal limbo e sospinte
verso l'alto. Gli altri affreschi della cappella svolgono tre temi che,
come quello delle Donne al sepolcro, furono spesso sfruttati in luogo
della Resurrezione in senso stretto: sono le apparizioni di Cristo Risorto
alla Maddalena (Noli me tangere), alla Madonna e ai discepoli di Emmaus.
Al Sacro Monte sono poche le raffigurazioni legate alla Resurrezione
di Cristo, mentre numerose sono le rappresentazioni della Passione e
Morte di Cristo (2). La ragione di questa constatazione, valida anche
in assoluto, è di tutta evidenza in rapporto a questo luogo secolare
di pellegrinaggio, faticosa ascesi segnata dalla preghiera, dall'urgenza
del perdono e dalla necessità del conforto, nella quale il fedele
si carica della propria sofferenza, come Cristo della croce, e impara
che le cadute lungo il percorso non impediranno la conquista del premio
finale.
(1). Matteo 28, 1-10; Marco 16, 1-8; Luca 24,
1- 11; Giovanni 20, 1- 13.
(2). Si pensi per esempio al Cristo portacroce tra due schiere
di monache affrescato in Santuario o a quello esterno, quasi del tutto
compromesso, visibile avendo alle spalle la statua di Paolo VI di Bodini,
o ancora ai rilievi lignei dell'altare sforzesco, oggi divisi tra il
Sacro Monte (Monastero delle Romite Ambrosiane) e Milano (Civiche Raccolte
del Castello Sforzesco) raffiguranti la Flagellazione, la Salita al
Calvario, La Crocifissione, la Deposizione.