La vicenda dei rapporti tra il Santuario di S. Maria del Monte e la
Basilica di S. Vittore è una storia lunga, testimoniata da documenti
risalenti già al X secolo, e segnata dai ripetuti sforzi del
santuario mariano per il raggiungimento dell'indipendenza dalla basilica
cittadina (dal diritto sulla scelta del clero alla spettanza delle elemosine).
La controversia si concluse con l'istituzione nel 1583 di una parrocchia
autonoma facente capo a S. Maria del Monte, alla quale tuttavia non
toccavano le offerte assegnate invece al monastero, come già
stabilito all'inizio di quello stesso secolo.
Data questa premessa non risulteranno troppo forzati, spero, i passaggi
nei quali mi cimenterò in questo breve articolo, passaggi che,
più per libera associazione di idee che per rapporti stringenti,
ci condurranno dal Sacro Monte alla basilica varesina e dalla stessa
nuovamente sulla cima della montagna sacra.
Prenderò le mosse dai due dipinti di Pietro Antonio Magatti (Varese
1691-1767), La morte del giusto e La preghiera, giunti al Museo Baroffio
e del Santuario tramite il legato Riva.
Sono due tavole delle medesime dimensioni realizzate con ogni probabilità
per una committenza varesina: in entrambe le scene risulta infatti di
centrale importanza l'effigie della Vergine Addolorata, ancora oggi
venerata nella Basilica di S. Vittore, qui presentata dipinta entro
una cornice ovale.
Vestita di rosa tenue e di quell'azzurro che ritroviamo nelle numerose
Immacolate del Magatti (1) e col capo curiosamente piegato una volta
a destra e una a sinistra, l'Addolorata nel primo dipinto è invocata
da un uomo semivestito che, pur pallido e debole, cerca di sollevarsi
un poco dal letto e nel secondo è supplicata da un gentiluomo
riccamente abbigliato inginocchiato ai piedi di una specie di ara sulla
quale è incisa la preghiera: PER TE VIRGO SIM DEFENSUS.
L'Addolorata della basilica varesina, oggi posta nella seconda cappella
di destra insieme a due pie donne che la sostengono, è una scultura
lignea recentemente attribuita ad Andrea da Saronno e datata intorno
al 1540 (2), parte di quel gruppo del Calvario che sappiamo fu esposto
nella zona presbiteriale di S.Vittore fino al 1678. In quell'anno, durante
la solenne traslazione che avrebbe dovuto portare la statua in nuova
collocazione nella chiesa di S. Lorenzo, mentre veniva condotta in processione
per le vie del borgo, "si vidde in Cielo una stella risplendentissima
(
) che pareva fosse sopra la d. SS. Immagine e finita la d. Processione
scomparve (
) e fu cosa meravigliosa" (3).
Per questo si decise che l'effigie miracolosa, da allora oggetto di
grande venerazione, rimanesse esposta in S.Vittore, anche se in una
cappella laterale (4) e non più nel presbiterio, in quel periodo
interessato da un'importante risistemazione. La riqualificazione della
cappella maggiore era iniziata nel 1675 con l'intervento del pittore
milanese Giovanni Ghisolfi nel catino absidale e nella volta del presbiterio
e con la contemporanea commissione a Bernardino Castelli dei pulpiti
lignei che ancora oggi si mostrano in tutta la loro evidenza all'interno
della basilica varesina.
Bernardino Castelli, intagliatore e scultore di Velate (1646 - 1725),
realizzò le sue opere più importanti proprio per S. Vittore:
oltre ai pulpiti scolpì infatti le cantorie e le casse d'organo
(1679-1690), il paliotto ligneo per l'altare della Cappella del Rosario
(1702) e il Crocifisso posto sull'arco trionfale d'accesso al presbiterio
(1712).
Lavorò in altre chiese cittadine, ma la sua fertile attività
si svolse anche in numerose chiese del Varesotto (Maccagno, Gemonio,
Cittiglio, Mezzana Superiore, Carnago, tanto per citarne alcune).
In particolare è utile accennare in questa sede ai gruppi lignei
dell'Addolorata commissionatigli per la chiesa parrocchiale di Gemonio
e per S. Materno a Maccagno, evidentemente modellati sull'esempio conservato
nella basilica varesina, che testimoniano la diffusa devozione legata
all'Addolorata di S.Vittore, spesso invocata coralmente per ottenere
la pioggia in caso di prolungata siccità e celebrata solennemente
con novene, affollate processioni ed esposizioni straordinarie, ma supplicata
anche da singole persone in difficoltà, come mostrano i due dipinti
oggi al Baroffio.
Non si realizzarono infatti solamente repliche in legno scolpito del
sacro simulacro, ma si moltiplicarono sue raffigurazioni in pitture
devozionali sui muri delle case e in dipinti votivi, come quello commissionato
al Magatti dalle monache di S. Martino (oggi in S.Maria Nascente a Fenegrò
in provincia di Como) (5).
Alla bottega dello stesso Bernardino Castelli potrebbe essere attribuito
anche il seicentesco pulpito del Santuario di S. Maria del Monte (6),
forse tolto dalla chiesa negli anni Trenta del Novecento (7), che oggi
è conservato nel Museo Baroffio e del Santuario,dopo essere stato
sottoposto a un rigoroso restauro conservativo.
Il pulpito, che era addossato al pilastro posto in mezzo alle due colonne
che individuano le tre navate, accessibile grazie a una scala che saliva
dalla navata sinistra, presenta un'Annunciazione scolpita nel pannello
centrale, di maggiori dimensioni, mentre nei quattro pannelli laterali
sono ricavate edicole di gusto classicheggiante entro le quali stanno
statue a tutto tondo degli Evangelisti sostenuti da mensole.
Gli spigoli di raccordo tra i pannelli sono risolti con erme, girali
fogliati e teste di putto.
I motivi decorativi, decisamente più scarsi rispetto ai pulpiti
della basilica varesina e di chiara ascendenza rinascimentale, sono
tuttavia interpretati secondo un gusto seicentesco legato al tardo manierismo
lombardo, evidente soprattutto nelle figure degli Evangelisti e nella
modulazione dei panneggi delle loro vesti.
L'utilizzo del pulpito, manufatto nel quale si cimentarono alcuni dei
più celebri scultori in età romanica (Guglielmo, Nicodemo),
gotica (Nicola e Giovanni Pisano) e anche rinascimentale (Donatello),
fu sollecitato in età postridentina in quanto luogo deputato
alla liturgia della parola, alla lettura dei testi sacri e alla predicazione,
strumento principe per la salvaguardia della dottrina e dell'ortodossia
di fronte alla minaccia protestante. Non è dunque un caso se
proprio nell'ambito della Diocesi di Milano, soprattutto durante l'età
di Carlo e Federico Borromeo, si assiste a una diffusa realizzazione
di pulpiti sia per chiese di antica fondazione, come il Duomo, sia di
recente costruzione, come S. Fedele o S. Alessandro.
In futuro avremo modo di parlare in modo più completo del pulpito
del Museo Baroffio e del Santuario, scolpito nello stesso periodo nel
quale si approntarono i quattro confessionali ancora oggi in santuario,
probabilmente ad opera della medesima bottega.
Per il momento mi limito ad osservare come il tema dell'Annunciazione
sia, per così dire, tornato in santuario con l'Annunciazione
bronzea realizzata nel 1983-84 dallo scultore Enrico Manfrini (Lugo
di Romagna, 1917), il cui bozzetto è conservato nel vicino museo
(8). Posta di fianco al gruppo ligneo dell'Adorazione dei Magi (9) presso
l'altare della navata di destra, l'Annunciazione fu realizzata appositamente
per lo spazio lasciato libero dal sarcofago della Beata Caterina, le
cui spoglie furono trasportate nel 1729 nell'Oratorio delle Beate insieme
a quelle della Beata Giuliana.
(1). Il tema dell'Immacolata è forse quello
prediletto da Magatti. Ricordiamo almeno l'Immacolata già presso
la Basilica di S. Vittore e attualmente in prestito al Museo Diocesano
di Milano, quella per la cappella di Villa Menafoglio Litta Panza a
Biumo Superiore e quella per il Santuario di Rho. Per la bibliografia
relativa a Magatti si rimanda al catalogo della mostra svoltasi presso
il Castello di Masnago nella primavera 2001 nella quale sono stati esposti
anche i due dipinti del Museo Baroffio e del Santuario: S. Coppa, A.
Bernardini (a cura di), Pietro Antonio Magatti, 1691 - 1767, Silvana
Editoriale, Cinisello Balsamo, 2001, pp. 170 -171.
(2). R. Casciaro, La scultura lignea lombarda del Rinascimento, Milano,
2000, pp. 232, 236, 358. È interessante notare come sia attribuita
allo stesso Andrea da Milano l'Adorazione dei Magi posta sull'altare
della navata destra del Santuario di S. Maria del Monte, gruppo ligneo
di grande bellezza e qualità che pare preannunciare la messa
in scena dei Misteri del Rosario lungo la Via Sacra, benché il
materiale usato per le sculture delle cappelle non sia il legno, ma
la terracotta policroma.
(3). G.A Adamollo, L. Grossi, Cronaca di Varese memorie cronologiche
scritte da Gio. Antonio Adamollo (1723 - 1745) e Luigi Grossi (1746
- 1846) pubblicate per la prima volta a cura di Angelo Mantegazza, edita
in ristampa anastatica a cura della Famiglia Bosina e della Società
Storica Varesina, Varese, 1931, pp. 78 v.,79 r.
(4). Questa cappella, poi detta appunto "dell'Addolorata",
fu rifatta tra il 1717 e il 1718. Si procedette quindi con la commissione
di una nuova decorazione pittorica, affidata proprio al Magatti per
le figure e a Giuseppe Baroffio per le quadrature.
(5). L. Beltrame, La fortuna visiva di Magatti attraverso le stampe,
in Pietro Antonio Magatti
, op. cit. , pp. 187, 193.
G. A Adamollo, L. Grossi, Cronaca
, op. cit., p. 126 v. Anno 1743:
"A 9 settembre le M. R. Monache di S. Martino in memoria della
grazia ricevuta l'anno scorso sotto questo giorno della sospirata acqua
per intercessione della Beata Vergine Addolorata che fu riposta in tempo
della processione nella Chiesa di dette Reverende Madri avendo fatto
fare un bellissimo quadro dal Sig. Cavaliere Pietro Antonio Magatti
(
)".
(6). C.A.Lotti, S. Maria del Monte sopra Varese, Cinisello Balsamo,
2000, p. 82. Il Lotti pensa che il pulpito possa essere collocato nell'ambito
delle botteghe del Castelli, appunto, o di Andrea Carantani, intagliatore
varesino anch'egli attivo in S. Vittore, autore dell'armadio della sagrestia,
datato 1569.
(7). C.A.Lotti, Le sette chiese della Madonna del Monte ,Milano, 1992,
p. 62. Da notare le figure 164 e 175 pubblicate da C. Del Frate in S.
Maria del Monte sopra Varese, Chiavari, 1933, che testimoniano la presenza
del pulpito in chiesa ancora a quell'altezza cronologica.
(8). In museo sono conservate tre sculture di Manfrini: oltre al bozzetto
citato troviamo infatti altre due opere bronzee, un' Annunciazione e
una Fuga in Egitto.
(9). Si veda nota 2.