Nell'ambito del più generale
momento di riflessione intitolato Un richiamo alla cura per il Sacro
Monte sopra Varese, venerdì 8 ottobre 2010 è stata presentata
l'ultima acquisizione del Museo Baroffio e del Santuario: un dipinto
seicentesco di grande qualità e di notevole interesse iconografico
che il Prof. Luigi Zanzi e il Cav. Pietro Malnati hanno donato alla
Fondazione Paolo VI per il Sacro Monte di Varese. La decisione di eleggere
il museo quale luogo privilegiato per l'esposizione della nuova opera
ha seguito con naturalezza la dedicazione a Mons. Pasquale Macchi: se
egli è stato il motore del restauro del museo e dell'avvio della
rinascita, risulta sempre più evidente quanto siano state fertili
alcune sue lungimiranti decisioni. Tra quelle che continuano a generare
buoni frutti è la costituzione, per sua donazione, della sala
mariana con opere di noti artisti del Novecento: oltre a svolgere una
significativa funzione di richiamo turistico, questa sezione ha un'importante
valenza culturale e didattica perché avvicina all'arte moderna
il pubblico vario del Museo, spesso costituito da persone che non si
sentono naturalmente attratte da tale arte. L'omaggio del dipinto alla
memoria di Mons. Macchi riconosce che non può non essergli debitore
chi ama il Sacro Monte e chi, come il Prof. Zanzi, tanto l'ha studiato.
Molte altre riflessioni hanno accompagnato gli interventi di S. E. Mons.
Luigi Stucchi, don Angelo Corno, Dott. Riccardo Broggini, Prof. Luigi
Zanzi, alla presenza di alcune autorità (S. E. Mons. Giampaolo
Crepaldi, Mons. Gilberto Donnini, Mons. Ettore Malnati, Avv. Attilio
Fontana) e di un folto pubblico.
L'opera rappresenta S. Carlo in deliquio mistico. S. Carlo, raffigurato
a mezzo busto con una visione ravvicinata, ha in mano un fazzoletto
e un teschio. Sembra tendere l'orecchio, mentre gira il collo e piega
leggermente la testa. Dopo lunga preghiera e meditazione, commosso fino
alle lacrime, egli vive l'esperienza mistica della visione di Cristo
in croce, come indicano il superbo occhio in deliquio e il Cristo crocifisso
in secondo piano, non statua, ma presenza reale e potente.
L'alta stesura pittorica è particolarmente sorvegliata e minuta
nelle mani e nel volto, mentre l'occhio che trasecola è definito
da pennellate sfrangiate e vibranti. Il candido fazzoletto sottolinea
per contrasto il teschio scuro, in efficace scorcio, sul quale la luce
sbatte con riflesso quasi metallico. Cristo in croce è bagnato
da una luce più morbida rispetto a quella che colpisce in volto
il santo. Questa luce esterna, proveniente da sinistra, si unisce al
leggero chiarore interno all'opera: quello che scaturisce dall'aureola
del santo che illumina il fondo neutro e che consente al Crocifisso
di palesarsi per raffinato contrasto con il lato del corpo di Cristo
più in ombra.
La costruzione compositiva è sicura. Convincente è la
torsione della testa di S. Carlo, di segno opposto rispetto alla quasi
impercettibile rotazione del busto. Il Crocifisso segna la profondità
dello spazio grazie alla croce posta in diagonale e al capo di Cristo
reclinato di lato.
Le dimensioni abbastanza ridotte della tela (cm. 70 x 57) fanno pensare
a una destinazione privata, forse legata alla devozione di un ecclesiastico,
o a un'originaria collocazione in ambienti sacri accessori quali una
sacrestia.
L'esposizione in museo, che sarà aperto per il periodo natalizio
dall'8 dicembre 2010 al 9 gennaio 2011, consentirà ad appassionati
e studiosi di scoprire un dipinto inedito e di formulare ipotesi attributive
che attualmente si concentrano intorno alla figura di Daniele Crespi,
ai cui modi può essere avvicinato l'anonimo autore lombardo dell'opera.
La donazione del S. Carlo è particolarmente significativa per
la ricorrenza dei quattrocento anni dalla sua canonizzazione (1610 -
2010): un importante anniversario che lo scorso 4 novembre è
stato sottolineato in museo con un incontro dal titolo S. Carlo. Immagini
vicine e lontane. Un percorso sull'iconografia del santo che ha preso
le mosse dal museo per allargare progressivamente lo sguardo al Sacro
Monte, alla città di Varese, a Milano - con la grandiosa serie
dei quadroni del Duomo e fondamentali modelli quali il S. Carlo in Gloria
del Cerano in S. Gottardo in Corte - fino a toccare alcuni significativi
esempi oltre i confini della diocesi ambrosiana.
S. Carlo ebbe un legame assiduo con il Sacro Monte di Varallo, dove
si recò anche nell'ottobre del 1584 pochi giorni prima di morire.
A S. Maria del Monte, non ancora Sacro Monte di Varese perché
la costruzione della Via Sacra avrebbe preso avvio durante l'episcopato
del cugino Federico Borromeo, venne più volte in visita pastorale
sia di persona, sia inviando un proprio delegato (1567, 1574, 1578,
1583). In particolare la relazione e le relative piantine dell'aprile
del 1578 sono una fonte preziosissima per lo studio della storia del
santuario e delle altre chiese allora a S. Maria del Monte.
Da metà Seicento la statua di S. Carlo è alla sommità
del secondo arco: egli, che si distinse non solo per l'energica attività
di riforma, ma anche per l'esempio di vita fatta di penitenza, preghiera
e meditazione sulla Passione e Morte di Cristo, è perfetto modello
per il pellegrino giunto all'inizio dei Misteri Dolorosi. Lui che invitava
a rivivere in prima persona i momenti finali della vita di Gesù,
quali fatti fondamentali per il credente, è raffigurato significativamente
anche nella Cappella delle Beate in Santuario."Io vedo il mio amoroso
Crucifixo. Io lho fixo e figurato nel mio cuore" - diceva la Beata
Caterina alle consorelle. Negli affreschi di Antonio Busca, insieme
alla Gloria delle Beate dipinta sulla volta, sono presenti alle pareti
alcuni santi legati all'ordine agostiniano, a cui appartiene la regola
delle Romite, e altri santi, quali il nostro S. Carlo, che si distinsero
nell'esercizio delle virtù monastiche (come la Fede, la Carità,
la Castità, la Penitenza, la Povertà) rappresentate in
forma allegorica intorno alla Gloria.
Non appare inopportuno l'accostamento di S. Carlo a S. Ambrogio e S.
Agostino in posizione d'onore nel paliotto tripartito dell'altare del
santuario realizzato nel 1945 da Lodovico Pogliaghi. Allo stesso modo
non stupisce che S. Carlo sia raffigurato anche nel trionfo di angeli
e santi che nella XIV cappella accoglie la Vergine Assunta.
S. Carlo attribuiva un alto valore alle immagini perché esse
insegnano la giusta dottrina, potenziano la preghiera, suscitano il
coinvolgimento emotivo e sollecitano l'imitazione: tutti elementi che
al Sacro Monte, pochi decenni dopo, avrebbero trovato sublimazione in
un'arte che educa, ma che sa anche scolpire nel cuore dei pellegrini
le emozioni dei fatti rappresentati e offrire così un'esperienza
totale.
Nella genesi del nostro Sacro Monte ebbe un ruolo fondamentale il padre
cappuccino Giovan Battista Aguggiari che S. Carlo - possiamo ragionevolmente
immaginare - avrebbe sostenuto nell'impresa: i legami con la spiritualità
di S. Francesco, che mise in scena il primo presepe vivente, non sono
difficili da cogliere osservando la traduzione in forme scultoree dei
Misteri del Rosario nelle cappelle
(1).
Ciò detto, coloro che vedranno di persona il S. Carlo del Museo
Baroffio e del Santuario, sapranno comprendere con facilità tutti
i motivi della scelta di esporlo accanto al S. Francesco di Girolamo
Chignoli.
(1). Chi vorrà
approfondire il rapporto tra S. Carlo e i Cappuccini potrà recarsi
al Museo dei Cappuccini di Milano, dove fino al 30 gennaio 2011 è
aperta la mostra Carlo Santo: appunti francescani. E potrà acquistare
la pubblicazione S. Carlo e i cappuccini nel 4° centenario della
canonizzazione di Padre Fedele Merelli, grande studioso dell'Aguggiari
e amico del Sacro Monte di Varese.