da Il nostro Sacro Monte - 44-a/2008

Il barone Giuseppe Baroffio Dall'Aglio
cicerone d'eccezione
a cura di Laura Marazzi

   


Un cicerone d'eccezione attende i bambini al Museo Baroffio e del Santuario: è il barone Giuseppe Baroffio Dall'Aglio che abita le pagine della guida recentemente pubblicata per i più giovani visitatori del museo a lui intitolato (L. Marazzi, G. Palumbo, Gioca in Arte. Alla scoperta del Museo Baroffio e del Santuario del Sacro Monte sopra Varese, diari del Baroffio n. 4, Fondazione Paolo VI per il Sacro Monte di Varese, pp. 48). Una novità già ben accolta dai nonni a spasso con i nipoti nei primi tepori primaverili e dagli insegnanti che hanno iniziato a portare in museo i loro alunni. I bambini si lasciano accompagnare volentieri dal barone Baroffio in un divertente percorso articolato intorno a una decina di opere: alcuni dipinti della sua collezione privata, come la bella Adorazione dei Magi fiamminga, ma anche opere importanti per leggere la storia del Sacro Monte di Varese, come la Madonna con il Bambino di Domenico e Lanfranco da Ligurno o l'antifonario miniato da Cristoforo de Predis, fino alla sezione moderna.
Del Baroffio non ci sono ancora noti ritratti o fotografie, dato alquanto strano se si considera che ebbe una vita pubblica abbastanza intensa; per questa ragione la disegnatrice Chiara Sacchi, alla cui fresca inventiva si deve l'ideazione del nostro barone, non ha potuto far altro che immaginarlo: ne è uscito un simpatico personaggio, dal sapore un po' retrò, che per leggere usa il monocolo e che, per alludere compiaciuto al suo stemma, tiene in mano una testa d'aglio. Lo stemma Baroffio Dall'Aglio è infatti uno stemma abbastanza complesso che, come si vede sopra l'ingresso del museo, ma anche all'interno e all'esterno della cappella di famiglia nel cimitero di S. Maria del Monte, presenta nella parte sinistra un'aquila che afferra con gli artigli un serpente minaccioso (Baroffio) e nella parte destra, in alto un sole dorato, in basso tre teste d'aglio (Dall'Aglio). Ludovico Pogliaghi, che nel 1932 insieme all'Arch. Ulderico Tononi ebbe l'incarico di progettare il Museo Baroffio, volle richiamare lo stemma parlante Dall'Aglio anche negli inediti capitelli delle colonne che nobilitano la prima sala, disponendo tutt'intorno una fila di teste d'aglio.
La stesura della guida per i bambini, con la scelta del Baroffio come tramite tra bambino, museo e mondo dell'arte e la conseguente necessità di dare un volto al noto mecenate, ha costituito una buona occasione per indagare ulteriormente la sua singolare figura. Come dicevamo, stupisce il fatto che, almeno fino a questo momento, non siano state trovate fotografie del nostro barone che pure ricoprì svariati incarichi pubblici, ottenne varie benemerenze e fu un sollecito benefattore.
Nato a Brescia il 6 gennaio 1859 dove il padre Gaetano era delegato provinciale, Giuseppe Baroffio acquisì nel 1898 il titolo di barone (il padre era "solo" cavaliere dell'Impero Austriaco) e nel 1899 ottenne di aggiungere al proprio il casato dell'estinta famiglia Dall'Aglio. Si sposò all'età di sessantuno anni con Anna Maria Epis, sua coetanea. Alla morte improvvisa del barone, avvenuta il 2 settembre 1929 ad Azzate dove egli aveva acquistato un'abitazione, poi nota come Villa Cornelia, tutto il suo patrimonio andò per lascito testamentario al Santuario di S. Maria del Monte (d'altra parte, oltre a non avere figli, il Baroffio non aveva né fratelli né nipoti).
Non abitò mai al Sacro Monte, ma il legame con il luogo fu evidentemente molto forte se decise di trovarvi dimora definitiva: all'inizio degli anni Venti il Baroffio aveva infatti voluto erigere una cappella nel piccolo cimitero di S. Maria del Monte, dove riposa ancora oggi insieme ai genitori, al patrigno e alla moglie, e dove è ricordato come Grand'Ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia, Commendatore dell'Ordine Militare dei SS. Maurizio e Lazzaro, Commendatore dell'Ordine di Danilo I del Montenegro, Console dell'Albania a Venezia.
Nel 1932, in seguito alla scomparsa della consorte e al cessato usufrutto dei beni, allora stimati intorno ai due milioni e mezzo di lire, si poterono attuare le disposizioni testamentarie con l'avvio dei lavori per la costruzione, vicino alla chiesa, del museo a lui intitolato. Negli articoli che apparvero all'epoca sulla stampa locale si indicò che la raccolta donata era frutto dell'interesse collezionistico di ben tre generazioni, coronato dalla decisione lungimirante di vincolare parte del denaro lasciato e delle rendite future alla realizzazione del museo, parte a restauri necessari in santuario e parte all'acquisto di nuovi oggetti d'arte per rendere il museo sempre più ricco e interessante. Purtroppo sono scarsissime le notizie circa l'origine della collezione Baroffio e poco a questo proposito ci aiuta sapere che il barone fu per più di quarant'anni sindaco di Lissago, prima che venisse aggregato al comune di Varese, tanto da essere stato il primo podestà nominato in provincia in quanto decano dei sindaci italiani, oppure che fu presidente per quattordici anni della Congregazione di Carità di Azzate, dove fece costruire il nuovo asilo.
"Varesino d'elezione, amava le nostre contrade meravigliose con delicata e profonda tenerezza e lo affermava con gioia, trovando le parole più efficaci per esaltarne la bellezza" - così fu scritto nell'articolo che comparve sulla Cronaca Prealpina del 5 settembre 1929 dove ci viene consegnata anche l'immagine di un uomo la cui "austera figura rivelava intelligenza e signorilità profonda e fine", tanto che "si capiva subito, anche avvicinandolo per la prima volta, che era un signore di squisita sensibilità e che amava appassionatamente le cose belle uscite dalle severe discipline dell'arte".
Il nostro barone Giuseppe Baroffio Dall'Aglio, al quale non riusciamo ad associare un volto, mantiene ancora, nonostante tutto, i contorni un po' sbiaditi di un nobile per vocazione e non per nascita, di un pubblico amministratore di lungo corso e di un diplomatico che seppe passare con tranquillità da Lissago a Venezia, di un collezionista che in modo intelligente seppe garantire vita e dignità alla sua raccolta.
FIDES VIM AUGET (La fede accresce la forza), diceva il motto che accompagnava lo stemma del barone: per questo crediamo che non gli sarà dispiaciuta l'idea di collocare nel "suo" museo, degnamente esposto, anche il patrimonio storico-artistico del prediletto Santuario di S. Maria del Monte.