da Il nostro Sacro Monte - 44-a/2008

Don Luigi Bellasio e il Museo del Santuario
a cura di Laura Marazzi

   


Al Sacro Monte la seconda metà dell'Ottocento è segnata dalla figura di un parroco rettore, nativo di S. Maria del Monte, don Luigi Bellasio (1805-1897). Di lui ci viene restituito un bonario ritratto nel rilievo oggi posto sopra alla relativa lapide tombale nel vecchio cimitero al termine di Via Sommaruga, spazio pubblico che ha ricevuto nuova dignità grazie all'Associazione Amici del Sacro Monte. Chissà se a don Bellasio, che il Del Frate definì "dottissimo" e "maestro nel dettare epigrafi", sarebbe piaciuto l'epitaffio con il suo ritratto scolpito che l'allora Comune di S. Maria del Monte volle porre come segno di riconoscenza in quanto "benemerito del paese" per i 52 anni trascorsi come parroco all'ombra del campanile del Bernascone (era succeduto nel 1845 allo zio Giuseppe Vincenzo). Senz'altro non avrebbe gradito l'errore che compare sulla sua pietra tombale, dove la sua già lunga vita venne arricchita di due giorni: non morì il 22, come è lì indicato, ma il 20 dicembre del 1897, come giustamente è scritto sull'iscrizione del comune. Anche nella Cronaca del Monastero, di cui ha riferito il Prof. Colombo nel numero 14/98 di questa rivista, è il 20 il giorno in cui si legge che spirò il "veneratissimo Padre, Direttore e Confessore, don Luigi Bellasio" fino a pochi giorni prima "pieno di vita" e in precedenza definito "uomo di grande virtù e sapere". Eppure l'immagine che don Bellasio volle consegnare di sé è quella di un uomo che, "desideroso di far del bene", "ne fece assai poco perché il potere non fu mai secondo il suo volere": così volle fosse scritto sulla sua immagine mortuaria.
Che don Bellasio avesse l'abitudine di schernirsi, forse più del dovuto, lo mostrano alcune lettere nell'Archivio del Santuario, a partire da quella del febbraio del 1883 (Archivio del Santuario, Sezione Storica, Cartella V, fascicolo II), importante per la storia del Museo del Santuario. È la prima testimonianza della decisione di raccogliere le "anticaglie" del Santuario in alcuni locali parrocchiali, volontà portata a compimento solo nell'ottobre del 1899, quando l'Arcivescovo Ferrari visitò il museo, allestito da poco, anche se l'inaugurazione ufficiale si svolse nell'agosto del 1900. Non si capisce se la paternità dell'iniziativa sia spettata al Bellasio che pure, secondo il Del Frate, "profuse a decoro del Santuario tutto il suo largo censo". Sappiamo solo che fu lui a muovere i primi passi per trovare al museo una sede. Nella lettera citata il Bellasio, con toni di accentuata contrizione, ripete più volte che ha commesso "una balordaggine" perché, avendo in un primo tempo proposto certi locali per "formare il museo", si trovava, a causa della sua "testa proprio balorda", a ritirare l'offerta, essendosi reso conto che si sarebbe così rovinata "la sola casa di cui il Santuario potrebbe disporre per un sacerdote".
Non abbiamo individuato esattamente quali stanze della casa parrocchiale alla fine accolsero il primo museo, ma è certo che lo spazio era angusto e che, anche per questa ragione, fu salutata con entusiasmo la donazione del barone Giuseppe Baroffio Dall'Aglio (1929) che consentì di costruire ex novo una degna sede per ospitare, oltre alla collezione privata del barone, il patrimonio del Museo del Santuario.
Don Bellasio, che, malgrado il ritratto arzillo fornito dalla Cronaca del Monastero citata in precedenza, negli ultimi quindici anni fu tormentato da un precario stato di salute, nel 1884 dovette discolparsi dall'accusa, mossagli tramite la prefettura dalla Commissione Archeologica Provinciale, di aver venduto un paliotto di gran pregio dell'epoca sforzesca. Egli, pur ammettendo la presenza di "continui cercatori di cenci antichi" che a volte accontentò con un "velo da calice logorissimo" o con "due lembi di un damasco logoro", negò fermamente il fatto (lettera 14 giugno 1884, Archivio del Santuario, Sezione Storica, Santuario, Cartella IV, fascicolo I). E che fosse sincero lo dimostra il bel pallio sforzesco con gli stemmi di Ludovico il Moro e Beatrice d'Este, già allora fotografato, che ancora oggi può essere ammirato in museo. Ci dispiace che il Bellasio ne abbia sofferto molto, dicendosi "dolentissimo" per l'offesa, ma, col senno di poi, diciamo che non tutto il male venne per nuocere; infatti, quando fu appurata la verità, si decise saggiamente di inventariare e schedare le opere più preziose e si diede nuova linfa all'idea di esporle in luogo consono.