da A. Lucioni, P. Viotto, L. Marazzi,
I manufatti medioevali di Domenico e Lanfranco da Ligurno tra Santa Maria del Monte e Voltorre

Diari del Baroffio - n. 3, Varese 2006

Devozione e iconografia
della Madonna della Cintura

a cura di Laura Marazzi


   


La Madonna col Bambino oggi nel Museo Baroffio e del Santuario del Sacro Monte sopra Varese, ritenuta parte del portale romanico d'accesso alla chiesa di S. Maria del Monte scolpito verso la fine del XII secolo da Domenico e Lanfranco da Ligurno, è una delle sculture romaniche più insigni del territorio varesino, oltre che la più antica immagine che si conservi in loco della Madonna, venerata sulla cima del monte sopra Velate ben prima delle più antiche sicure attestazioni dell'inizio del X secolo. La Madonna col Bambino che, avvolta in ampie vesti, è esposta alla devozione dei fedeli in santuario sopra l'altare maggiore, è infatti una scultura lignea più recente, generalmente ascritta al XIV secolo.
Per la sua antichità, oltre che per la sua pregevolezza, la Madonna attribuita a Domenico e Lanfranco è stata scelta come simbolo del Museo Baroffio e del Santuario, riaperto al pubblico dopo il restauro alla fine del 2001, ed è stata collocata nei pressi dell'ingresso del museo perché tornasse ad assumere, anche se in forma diversa e in contesto mutato, la funzione di accoglienza che ebbe per secoli. Dall'alto del portale di cui si considera occupasse la parte centrale della lunetta, la Vergine, che sporge la testa in avanti in segno di materno benvenuto, ricevette fino al XVII secolo i pellegrini che, saliti con fatica lungo le pendici del monte non ancora solcato dalla Via Sacra con le sue cappelle, entravano finalmente in santuario.
Lo stato di frammento, per quanto consistente, e la mutilazione della parte inferiore della scultura, avvenuta forse per esporla più facilmente quando si aprì il primo Museo del Santuario nel 1900, non impediscono di leggere la Madonna di Domenico e Lanfranco come seduta: le ginocchia sono piegate; la veste sottolinea in modo schematico la flessione delle gambe; si intravede un cuscino cilindrico. È dunque una maiestas ossia la raffigurazione della Vergine con il Bambino in trono. Il tema della regalità di Maria, Madre di Dio e Regina del Cielo, è d'origine orientale. In Occidente compare innanzitutto nelle zone d'influenza bizantina, diventando in seguito uno dei soggetti più diffusi dell'arte medioevale. Spesso presente nei maestosi portali delle cattedrali francesi come a Chartres, Parigi, Reims, da Domenico e Lanfranco il tema appare svolto in termini antiretorici, tanto che, almeno nell'aspetto in cui ci sono pervenuti, Maria e il Bambino non hanno nemmeno l'aureola.
La Madonna tiene il Bambino in braccio sul lato destro, mentre con la mano sinistra sembra presentarlo alla nostra devozione. In questo gesto si potrebbe forse cogliere un eco dell'iconografia bizantina della Odighitria, cioè della Vergine che indica ai fedeli il Figlio, via per la salvezza.
È però l'atteggiamento del Bambino che attira maggiormente la nostra attenzione: Gesù con la mano destra compie il gesto tradizionale della benedizione, mentre con la sinistra afferra una fascia che dalla spalla di Maria scende dritta lungo il busto. Questa striscia di stoffa, che non può essere confusa con una piega della veste, è stata interpretata come la Cintura della Vergine perché, proprio intorno agli anni in cui Domenico e Lanfranco lavorarono a S. Maria del Monte, è attestata presso il santuario la devozione alla Madonna della Cintura (o della Cintola).
La devozione per la Madonna della Cintura è stata dedotta da alcuni documenti, datati tra il 1182 e il 1196. Oltre a mostrare una struttura d'accoglienza dei pellegrini già ben articolata, tali documenti, presentando la ripartizione delle abbondanti offerte che si aveva la necessità di regolare per iscritto, testimoniano infatti la tradizione dell'offerta di cinture (centuralia o cintuaria). Le cinture potevano essere d'oro e d'argento oppure potevano racchiudere denaro o ancora potevano essere sostituite da offerte in cera e in denaro. Oltre alle cinture sappiamo che venivano portati panni, probabilmente le fasce dei neonati alle quali forse si aggiungevano quelle indossate dalle donne durante la gravidanza. Di questa pratica, usata per ringraziare per il felice esito del parto e per la buona salute degli infanti, messi sotto la protezione della Vergine, una piantina del santuario del 1578 suggerisce la persistenza fino al XVI secolo segnalando nei pressi della chiesa un "loco della divotione del panne", generalmente interpretato come il locale adibito alla raccolta dei panni.
Analoga valenza aveva la pesatura dei neonati, che non doveva limitarsi a una sola pesata, ma che probabilmente si ripeteva con una certa regolarità perché la crescita del bambino fosse posta passo passo sotto lo sguardo protettivo della Vergine durante la sua fase più delicata in un'età di alta mortalità infantile. L'offerta di cera o granaglie doveva essere proporzionale al peso del neonato constatato durante la prima pesata e alla differenza del peso verificato nelle successive pesate.
Siamo dunque di fronte a una devozione principalmente femminile, articolata in diverse pratiche sotto il segno comune della maternità.
La scoperta piuttosto recente presso il Santuario di Santa Maria del Monte della sepoltura di una pellegrina della fine del XIV secolo ha indotto l'archeologa Maria Adelaide Binaghi a riferirla ipoteticamente a una donna devota alla Madonna della Cintura. Anche se questa suggestiva supposizione non troverà mai conferma, è comunque interessante rilevare la presenza in loco di una pellegrina, individuata come tale dal ritrovamento di elementi metallici del bordone ossia del tipico bastone da viaggio. Considerando il fatto che il pellegrinaggio a Santa Maria del Monte ha sempre avuto una connotazione regionale, per quanto estesa tra milanese, novarese, verbanese, ticinese e brianza, possiamo pensare che la donna non fosse partita da terre molto lontane. In un'epoca in cui il pellegrinaggio verso i luoghi santi, salvo illustri eccezioni, era per le donne un fatto rarissimo, difficile e sconsigliato, immaginiamo al contrario che fra i pellegrini che salivano al monte sopra Velate le donne costituissero una parte non trascurabile.
Se dunque la striscia che il Bambino afferra con decisione è la Cintura della Vergine, ci troviamo di fronte a un'iconografia più unica che rara. Al di là del gesto tradizionale della benedizione, Gesù poteva essere raffigurato con in mano il Vangelo, parola e legge di Dio, sotto forma di rotolino, negli esempi più antichi e in area bizantina, oppure di piccolo libro, come nel caso della Madonna del Monte dell'altare maggiore del Santuario. Oltre alle due braccia che ancora oggi si possono vedere, il Bambino ha infatti un terzo braccio col quale regge un libricino, visibile solo rimuovendo la veste e chiaramente concepito per coesistere solo con il braccio benedicente inamovibile a sinistra. In generale il Bambino poteva essere anche rappresentato con in mano il globo, in quanto Signore e Salvatore del mondo, oppure poteva afferrare affettuosamente il manto della Madre, in un gesto di confidenza e tenerezza che nulla ha a che fare con il nostro caso.
Anche l'analisi dell'iconografia abituale della Madonna della Cintola non trova riscontro nella Madonna di Domenico e Lanfranco.
Innanzitutto non è calzante il confronto con le numerose immagini di Madonna della Cintola che raffigurano la Vergine nell'atto di donare la cintura a San Tommaso mentre viene assunta in cielo. In tutti questi casi la Madonna è priva del Bambino, contrariamente al nostro caso. Narra l'apocrifo Transito della Beata Maria Vergine, fonte principale per la genesi dell'iconografia, che San Tommaso fu trasportato miracolosamente sul Monte degli Ulivi, dove ricevette da Maria Assunta la cintura che in seguito egli mostrò agli altri apostoli per provare la sua presenza durante lo straordinario evento. L'altra versione della tradizione, riportata da Jacopo da Varagine nella sua Legenda Aurea, vuole invece che, poiché San Tommaso, assente al momento dell'assunzione di Maria, si dimostrava incredulo rispetto al racconto degli apostoli, per dissipare ogni dubbio la Vergine fece cadere dal cielo la sua cintura.
La cintura è dunque la prova dell'assunzione in cielo della Madonna in anima e corpo, dogma di formulazione novecentesca, ma di antichissima credenza. Nello stesso tempo la cintola, tesa tra cielo e terra, traduce in termini figurativi il ruolo di Maria come mediatrice tra Dio e gli uomini e rende visibile l'idea che ella, pur lasciando questo mondo, non l'ha abbandonato. Questo tipo di Madonna della Cintola, che potremmo più propriamente chiamare Dono della Cintola, è particolarmente diffuso in ambito toscano.
Il dato non ci sorprende poiché sappiamo che dalla fine del XIII secolo si custodiva a Prato la reliquia della cintura di Maria, ancora oggi oggetto di grande devozione, così come a Siena, dove a metà del XIV secolo un'analoga reliquia fu acquistata dallo Spedale di Santa Maria della Scala. Non deve stupire questa pluralità di cinture della Vergine, perché nel Medioevo le reliquie si potevano ottenere anche per contatto, per cui strisce di tessuto, detti brandea, accostati per esempio al corpo di un santo ne ricevevano la stessa virtù sacrale, oppure col procedimento detto di immistione, in base al quale erano sufficienti piccole parti dell'autentica reliquia per ottenerne altre ugualmente venerabili. Del resto, in altre chiese in Italia, Francia, Germania e Inghilterra si trova citato negli inventari di reliquie il Sacro Cingolo di Maria. A S. Maria del Monte non sembra che vi fosse una reliquia di questo genere, anche se nell'unico elenco attualmente noto, peraltro tardo (1687), è segnalata una reliquia mariana tra le molte legate alla Passione di Cristo: "velo Dominae Sanctae Mariae".
Altre immagini di norma classificate come Madonne della Cintura sono quelle proprie della tradizione agostiniana. La consegna della cintura da parte della Vergine a Santa Monica, madre di Sant'Agostino, sarebbe infatti all'origine del cingolo di cuoio nero che caratterizza l'abito degli Agostiniani, ordine fondato nella prima metà del XIII secolo. È chiaro che tale tradizione particolare non interessa in rapporto alla Madonna romanica di Santa Maria del Monte, ma notiamo che anche in questo caso Maria con la sua cintura può assumere la prerogativa di proteggere donne e bambini durante i parti.
Allo stesso modo non costituiscono un valido termine di confronto l'infinità di statue di Madonne della Cintura che dalla seconda metà del Quattrocento all'Ottocento hanno popolato numerosissime chiese, santuari e oratori, anche della nostra zona, in quanto sedi di confraternite dei Cinturati. La Compagnia della Cintura della Beata Vergine Maria o dei Cinturati, che corrisponde al quarto grado dell'ordine agostiniano, fu fondata nel 1439, ma conobbe una grande diffusione solo dal tardo Cinquecento. Non ci può essere alcun legame, dunque, tra la Madonna di Domenico e Lanfranco e l'immagine tipica di Madonna dei Cinturati che in genere è una scultura, per lo più lignea, in cui la Madonna con una mano regge il Bambino e con l'altra una cintura di stoffa oppure, più semplicemente, indossa una cintura ben visibile. Ancora una volta dobbiamo quindi constatare la stravaganza del gesto del Bambino della Madonna del Museo Baroffio e del Santuario perché in nessun esempio noto, per quanto successivo, troviamo la stessa partecipazione attiva da parte del Figlio.
Esempi di devozione femminile alla Madonna della Cintura, legata alla maternità come a S. Maria del Monte, si trovano muovendo verso Oriente e guardando alla tradizione nata a Costantinopoli.
Qui, nel Santuario di Chalkopratía, fondato nel V secolo e chiamato in seguito dai Latini Sancta Maria de Cinctura, era custodita ab antiquo la reliquia della Cintura della Vergine (oltre alle fasce di Gesù e, forse, alla fascia pectoralis della Vergine, che secondo alcuni studiosi sarebbe addirittura da identificare nella cinctura, non da interpretare come cintura della veste, ma come fascia di tessuto indossata dalle donne per sorreggere il seno). Alla cintura, oggetto di grande venerazione e di frequenti pellegrinaggi, era dedicata una festività apposita il 31 agosto. Altre due chiese di Costantinopoli custodivano reliquie della veste e della cintura di Maria: il Santuario della Blacherne e la chiesa palatina della Theotokos del Faro. Per quest'ultima abbiamo un'importante testimonianza della fine del XII secolo in base alla quale sappiamo che tradizionalmente all'immagine qui esposta sanctae Dei Genitricis si rivolgevano le donne che dovevano partorire. Un caso analogo, sempre correlabile a Costantinopoli, è quello recentemente studiato in relazione a una rara icona, ascrivibile al X secolo, oggi conservata nel Monastero della Visitazione di Treviso, ma di produzione e provenienza costantinopolitana che potrebbe aver ospitato nel vano ricavato sul retro una reliquia, forse la cintura. Nel Settecento l'icona risultava riposta in una cassa chiusa da una cintura che veniva data "alle Donne partorienti, le quali, cingendosi con fede, e particolar divotione, provano ne' mali più pericolosi, e stravaganti felicissimi gli effetti".
A S. Maria del Monte, che pure sappiamo essere stato luogo di fortificazione militarmente strategico, non troviamo invece traccia della connotazione militare che la devozione alla Madonna della Cintola assunse a Costantinopoli a partire dall'assedio arabo del 717.
Alla cintura, assimilata alla cinta muraria di una città, fu da allora annessa anche l'idea di difesa dal nemico. Questo significato militare, che si affiancò a quello personale e femminile legato alla maternità, fu ribadito sotto la minaccia di nuovi assedi. Analogamente a Siena si visualizzava questa funzione protettiva rappresentando la città avvolta dalla cintura della Vergine. La cintura in Occidente estese presto queste sue prerogative di tutela diventando argine contro molti mali: a Prato, per esempio, la Sacra Cintola fu esposta anche per contrastare epidemie o siccità.
Come stabilire dunque un legame tra le tradizioni di culto alla Madonna della Cintura nella sua accezione femminile legata alla maternità, di sicura origine orientale, e la nostra?
Una risposta suggestiva è stata data da Giampiero Bognetti: questa devozione, di forte presa popolare, specialmente tra le donne, sarebbe stata scelta durante l'età longobarda da monaci orientali che sul monte, accanto al castrum, avrebbero fondato una chiesa con intento missionario. L'articolato discorso di Bognetti si regge tuttavia su un'ipotesi, quella dei missionari orientali in terra ambrosiana per la conversione dei longobardi ariani, che non ha trovato solide conferme storiche.
Anche il rapporto istituito dall'illustre studioso con la vicina Madonna di Monte Morone presso Malnate non lascia del tutto soddisfatti poiché non sappiamo se la devozione alla Madonna della Cintura sia quella originaria della chiesa di Monte Morone, le cui prime attestazioni risalgono al XIII secolo, anche se alcune sepolture trovate sotto al pavimento potrebbero essere indice di una maggiore antichità. La Madonna della Cintura oggi in loco, scultura cinquecentesca che ne sostituì una precedente, sembrerebbe piuttosto appartenere alla tipologia normalmente legata alla presenza di una Compagnia della Cintura, di cui abbiamo già parlato, benché al momento non risulti che qui avessero la loro sede dei Cinturati.
A proposito poi della pratica della pesatura dei neonati, il collegamento suggerito dal Bognetti con S. Donato sul Monte di Brunate sopra Como, dove l'uso è attestato molto più tardi che a S. Maria del Monte, è effettuato nuovamente sulla base della supposizione che anche tale chiesa sia stata fondata da comunità orientali per l'evangelizzazione dei longobardi.
Sappiamo che, almeno dal XII secolo, la festa patronale di S. Maria del Monte si celebrava il giorno dell'Assunzione. Poiché questa festività fu introdotta nel VII secolo dall'Oriente, il Bognetti trova in questa circostanza un ulteriore indizio per la sua tesi orientale. Il 15 agosto il clero varesino saliva sul monte sopra Velate per solennizzare coralmente il giorno e, così come accade ancora oggi, si contavano molti pellegrinaggi. Anche se la dedicazione del santuario all'Assunta è antica, rimane tuttavia fatto non scontato il sorgere della devozione alla Madonna della Cintola.
In conclusione: l'iconografia della Madonna attribuita a Domenico e Lanfranco rimane per molti aspetti problematica. Ci auguriamo che, se continuerà ad essere letta come Madonna della Cintola, documenti inediti potranno fornirci ulteriori elementi per una sua piena comprensione, gettando nuova luce sui documenti noti, dai quali è stata dedotta la presenza a S. Maria del Monte della devozione alla Madonna della Cintura per l'esistenza certa della radicata tradizione di offerta di cinture e panni, oltre che della pesatura dei neonati, di cui si è andati discorrendo.

NOTA BIBLIOGRAFICA
. Per i documenti relativi all'offerta di cinture, di panni e alla pesatura dei neonati: C. MANARESI, Regesto di S. Maria di Monte Velate sino all'anno 1200, in Regesta Chartarum Italiae, Roma, 1937, documenti n. 252 (anno 1182), n. 303 (anno 1189), n. 359 (anno 1195), n. 376 (anno 1196), n. 384 (anno 1197).
La piantina del 1578 è stata pubblicata per la prima volta da C. DEL FRATE, Santa Maria del Monte sopra Varese, Chiavari, 1933, tav. LXXXVI (140).
. Per l'interpretazione dei documenti sopracitati si rimanda all'analisi storica di G. BOGNETTI, S. Maria di Castelseprio, Milano, 1948, vol II, pp. 296-319 (per elementi di criticità sull'ipotesi dei missionari orientali si veda M. NAVONI, Dai Longobardi ai Carolingi, in L. Vaccaro (a cura di), Diocesi di Milano,Varese, 1990) e alla rilettura più recente di P. FRIGERIO - P. G. PISONI, "Quotiens ibunt rampeguti …". La macchina della pietà a S. Maria di Monte Velate, in Medioevo in cammino: l'Europa dei pellegrini. Atti del Convegno internazionale di studi (Orta San Giulio, 2-5 settembre 1987), Orta San Giulio, 1989, pp. 225-228.