La Madonna col Bambino oggi nel Museo Baroffio e del Santuario del Sacro
Monte sopra Varese, ritenuta parte del portale romanico d'accesso alla
chiesa di S. Maria del Monte scolpito verso la fine del XII secolo da
Domenico e Lanfranco da Ligurno, è una delle sculture romaniche
più insigni del territorio varesino, oltre che la più
antica immagine che si conservi in loco della Madonna, venerata sulla
cima del monte sopra Velate ben prima delle più antiche sicure
attestazioni dell'inizio del X secolo. La Madonna col Bambino che, avvolta
in ampie vesti, è esposta alla devozione dei fedeli in santuario
sopra l'altare maggiore, è infatti una scultura lignea più
recente, generalmente ascritta al XIV secolo.
Per la sua antichità, oltre che per la sua pregevolezza, la Madonna
attribuita a Domenico e Lanfranco è stata scelta come simbolo
del Museo Baroffio e del Santuario, riaperto al pubblico dopo il restauro
alla fine del 2001, ed è stata collocata nei pressi dell'ingresso
del museo perché tornasse ad assumere, anche se in forma diversa
e in contesto mutato, la funzione di accoglienza che ebbe per secoli.
Dall'alto del portale di cui si considera occupasse la parte centrale
della lunetta, la Vergine, che sporge la testa in avanti in segno di
materno benvenuto, ricevette fino al XVII secolo i pellegrini che, saliti
con fatica lungo le pendici del monte non ancora solcato dalla Via Sacra
con le sue cappelle, entravano finalmente in santuario.
Lo stato di frammento, per quanto consistente, e la mutilazione della
parte inferiore della scultura, avvenuta forse per esporla più
facilmente quando si aprì il primo Museo del Santuario nel 1900,
non impediscono di leggere la Madonna di Domenico e Lanfranco come seduta:
le ginocchia sono piegate; la veste sottolinea in modo schematico la
flessione delle gambe; si intravede un cuscino cilindrico. È
dunque una maiestas ossia la raffigurazione della Vergine con il Bambino
in trono. Il tema della regalità di Maria, Madre di Dio e Regina
del Cielo, è d'origine orientale. In Occidente compare innanzitutto
nelle zone d'influenza bizantina, diventando in seguito uno dei soggetti
più diffusi dell'arte medioevale. Spesso presente nei maestosi
portali delle cattedrali francesi come a Chartres, Parigi, Reims, da
Domenico e Lanfranco il tema appare svolto in termini antiretorici,
tanto che, almeno nell'aspetto in cui ci sono pervenuti, Maria e il
Bambino non hanno nemmeno l'aureola.
La Madonna tiene il Bambino in braccio sul lato destro, mentre con la
mano sinistra sembra presentarlo alla nostra devozione. In questo gesto
si potrebbe forse cogliere un eco dell'iconografia bizantina della Odighitria,
cioè della Vergine che indica ai fedeli il Figlio, via per la
salvezza.
È però l'atteggiamento del Bambino che attira maggiormente
la nostra attenzione: Gesù con la mano destra compie il gesto
tradizionale della benedizione, mentre con la sinistra afferra una fascia
che dalla spalla di Maria scende dritta lungo il busto. Questa striscia
di stoffa, che non può essere confusa con una piega della veste,
è stata interpretata come la Cintura della Vergine perché,
proprio intorno agli anni in cui Domenico e Lanfranco lavorarono a S.
Maria del Monte, è attestata presso il santuario la devozione
alla Madonna della Cintura (o della Cintola).
La devozione per la Madonna della Cintura è stata dedotta da
alcuni documenti, datati tra il 1182 e il 1196. Oltre a mostrare una
struttura d'accoglienza dei pellegrini già ben articolata, tali
documenti, presentando la ripartizione delle abbondanti offerte che
si aveva la necessità di regolare per iscritto, testimoniano
infatti la tradizione dell'offerta di cinture (centuralia o cintuaria).
Le cinture potevano essere d'oro e d'argento oppure potevano racchiudere
denaro o ancora potevano essere sostituite da offerte in cera e in denaro.
Oltre alle cinture sappiamo che venivano portati panni, probabilmente
le fasce dei neonati alle quali forse si aggiungevano quelle indossate
dalle donne durante la gravidanza. Di questa pratica, usata per ringraziare
per il felice esito del parto e per la buona salute degli infanti, messi
sotto la protezione della Vergine, una piantina del santuario del 1578
suggerisce la persistenza fino al XVI secolo segnalando nei pressi della
chiesa un "loco della divotione del panne", generalmente interpretato
come il locale adibito alla raccolta dei panni.
Analoga valenza aveva la pesatura dei neonati, che non doveva limitarsi
a una sola pesata, ma che probabilmente si ripeteva con una certa regolarità
perché la crescita del bambino fosse posta passo passo sotto
lo sguardo protettivo della Vergine durante la sua fase più delicata
in un'età di alta mortalità infantile. L'offerta di cera
o granaglie doveva essere proporzionale al peso del neonato constatato
durante la prima pesata e alla differenza del peso verificato nelle
successive pesate.
Siamo dunque di fronte a una devozione principalmente femminile, articolata
in diverse pratiche sotto il segno comune della maternità.
La scoperta piuttosto recente presso il Santuario di Santa Maria del
Monte della sepoltura di una pellegrina della fine del XIV secolo ha
indotto l'archeologa Maria Adelaide Binaghi a riferirla ipoteticamente
a una donna devota alla Madonna della Cintura. Anche se questa suggestiva
supposizione non troverà mai conferma, è comunque interessante
rilevare la presenza in loco di una pellegrina, individuata come tale
dal ritrovamento di elementi metallici del bordone ossia del tipico
bastone da viaggio. Considerando il fatto che il pellegrinaggio a Santa
Maria del Monte ha sempre avuto una connotazione regionale, per quanto
estesa tra milanese, novarese, verbanese, ticinese e brianza, possiamo
pensare che la donna non fosse partita da terre molto lontane. In un'epoca
in cui il pellegrinaggio verso i luoghi santi, salvo illustri eccezioni,
era per le donne un fatto rarissimo, difficile e sconsigliato, immaginiamo
al contrario che fra i pellegrini che salivano al monte sopra Velate
le donne costituissero una parte non trascurabile.
Se dunque la striscia che il Bambino afferra con decisione è
la Cintura della Vergine, ci troviamo di fronte a un'iconografia più
unica che rara. Al di là del gesto tradizionale della benedizione,
Gesù poteva essere raffigurato con in mano il Vangelo, parola
e legge di Dio, sotto forma di rotolino, negli esempi più antichi
e in area bizantina, oppure di piccolo libro, come nel caso della Madonna
del Monte dell'altare maggiore del Santuario. Oltre alle due braccia
che ancora oggi si possono vedere, il Bambino ha infatti un terzo braccio
col quale regge un libricino, visibile solo rimuovendo la veste e chiaramente
concepito per coesistere solo con il braccio benedicente inamovibile
a sinistra. In generale il Bambino poteva essere anche rappresentato
con in mano il globo, in quanto Signore e Salvatore del mondo, oppure
poteva afferrare affettuosamente il manto della Madre, in un gesto di
confidenza e tenerezza che nulla ha a che fare con il nostro caso.
Anche l'analisi dell'iconografia abituale della Madonna della Cintola
non trova riscontro nella Madonna di Domenico e Lanfranco.
Innanzitutto non è calzante il confronto con le numerose immagini
di Madonna della Cintola che raffigurano la Vergine nell'atto di donare
la cintura a San Tommaso mentre viene assunta in cielo. In tutti questi
casi la Madonna è priva del Bambino, contrariamente al nostro
caso. Narra l'apocrifo Transito della Beata Maria Vergine, fonte principale
per la genesi dell'iconografia, che San Tommaso fu trasportato miracolosamente
sul Monte degli Ulivi, dove ricevette da Maria Assunta la cintura che
in seguito egli mostrò agli altri apostoli per provare la sua
presenza durante lo straordinario evento. L'altra versione della tradizione,
riportata da Jacopo da Varagine nella sua Legenda Aurea, vuole invece
che, poiché San Tommaso, assente al momento dell'assunzione di
Maria, si dimostrava incredulo rispetto al racconto degli apostoli,
per dissipare ogni dubbio la Vergine fece cadere dal cielo la sua cintura.
La cintura è dunque la prova dell'assunzione in cielo della Madonna
in anima e corpo, dogma di formulazione novecentesca, ma di antichissima
credenza. Nello stesso tempo la cintola, tesa tra cielo e terra, traduce
in termini figurativi il ruolo di Maria come mediatrice tra Dio e gli
uomini e rende visibile l'idea che ella, pur lasciando questo mondo,
non l'ha abbandonato. Questo tipo di Madonna della Cintola, che potremmo
più propriamente chiamare Dono della Cintola, è particolarmente
diffuso in ambito toscano.
Il dato non ci sorprende poiché sappiamo che dalla fine del XIII
secolo si custodiva a Prato la reliquia della cintura di Maria, ancora
oggi oggetto di grande devozione, così come a Siena, dove a metà
del XIV secolo un'analoga reliquia fu acquistata dallo Spedale di Santa
Maria della Scala. Non deve stupire questa pluralità di cinture
della Vergine, perché nel Medioevo le reliquie si potevano ottenere
anche per contatto, per cui strisce di tessuto, detti brandea, accostati
per esempio al corpo di un santo ne ricevevano la stessa virtù
sacrale, oppure col procedimento detto di immistione, in base al quale
erano sufficienti piccole parti dell'autentica reliquia per ottenerne
altre ugualmente venerabili. Del resto, in altre chiese in Italia, Francia,
Germania e Inghilterra si trova citato negli inventari di reliquie il
Sacro Cingolo di Maria. A S. Maria del Monte non sembra che vi fosse
una reliquia di questo genere, anche se nell'unico elenco attualmente
noto, peraltro tardo (1687), è segnalata una reliquia mariana
tra le molte legate alla Passione di Cristo: "velo Dominae Sanctae
Mariae".
Altre immagini di norma classificate come Madonne della Cintura sono
quelle proprie della tradizione agostiniana. La consegna della cintura
da parte della Vergine a Santa Monica, madre di Sant'Agostino, sarebbe
infatti all'origine del cingolo di cuoio nero che caratterizza l'abito
degli Agostiniani, ordine fondato nella prima metà del XIII secolo.
È chiaro che tale tradizione particolare non interessa in rapporto
alla Madonna romanica di Santa Maria del Monte, ma notiamo che anche
in questo caso Maria con la sua cintura può assumere la prerogativa
di proteggere donne e bambini durante i parti.
Allo stesso modo non costituiscono un valido termine di confronto l'infinità
di statue di Madonne della Cintura che dalla seconda metà del
Quattrocento all'Ottocento hanno popolato numerosissime chiese, santuari
e oratori, anche della nostra zona, in quanto sedi di confraternite
dei Cinturati. La Compagnia della Cintura della Beata Vergine Maria
o dei Cinturati, che corrisponde al quarto grado dell'ordine agostiniano,
fu fondata nel 1439, ma conobbe una grande diffusione solo dal tardo
Cinquecento. Non ci può essere alcun legame, dunque, tra la Madonna
di Domenico e Lanfranco e l'immagine tipica di Madonna dei Cinturati
che in genere è una scultura, per lo più lignea, in cui
la Madonna con una mano regge il Bambino e con l'altra una cintura di
stoffa oppure, più semplicemente, indossa una cintura ben visibile.
Ancora una volta dobbiamo quindi constatare la stravaganza del gesto
del Bambino della Madonna del Museo Baroffio e del Santuario perché
in nessun esempio noto, per quanto successivo, troviamo la stessa partecipazione
attiva da parte del Figlio.
Esempi di devozione femminile alla Madonna della Cintura, legata alla
maternità come a S. Maria del Monte, si trovano muovendo verso
Oriente e guardando alla tradizione nata a Costantinopoli.
Qui, nel Santuario di Chalkopratía, fondato nel V secolo e chiamato
in seguito dai Latini Sancta Maria de Cinctura, era custodita ab antiquo
la reliquia della Cintura della Vergine (oltre alle fasce di Gesù
e, forse, alla fascia pectoralis della Vergine, che secondo alcuni studiosi
sarebbe addirittura da identificare nella cinctura, non da interpretare
come cintura della veste, ma come fascia di tessuto indossata dalle
donne per sorreggere il seno). Alla cintura, oggetto di grande venerazione
e di frequenti pellegrinaggi, era dedicata una festività apposita
il 31 agosto. Altre due chiese di Costantinopoli custodivano reliquie
della veste e della cintura di Maria: il Santuario della Blacherne e
la chiesa palatina della Theotokos del Faro. Per quest'ultima abbiamo
un'importante testimonianza della fine del XII secolo in base alla quale
sappiamo che tradizionalmente all'immagine qui esposta sanctae Dei Genitricis
si rivolgevano le donne che dovevano partorire. Un caso analogo, sempre
correlabile a Costantinopoli, è quello recentemente studiato
in relazione a una rara icona, ascrivibile al X secolo, oggi conservata
nel Monastero della Visitazione di Treviso, ma di produzione e provenienza
costantinopolitana che potrebbe aver ospitato nel vano ricavato sul
retro una reliquia, forse la cintura. Nel Settecento l'icona risultava
riposta in una cassa chiusa da una cintura che veniva data "alle
Donne partorienti, le quali, cingendosi con fede, e particolar divotione,
provano ne' mali più pericolosi, e stravaganti felicissimi gli
effetti".
A S. Maria del Monte, che pure sappiamo essere stato luogo di fortificazione
militarmente strategico, non troviamo invece traccia della connotazione
militare che la devozione alla Madonna della Cintola assunse a Costantinopoli
a partire dall'assedio arabo del 717.
Alla cintura, assimilata alla cinta muraria di una città, fu
da allora annessa anche l'idea di difesa dal nemico. Questo significato
militare, che si affiancò a quello personale e femminile legato
alla maternità, fu ribadito sotto la minaccia di nuovi assedi.
Analogamente a Siena si visualizzava questa funzione protettiva rappresentando
la città avvolta dalla cintura della Vergine. La cintura in Occidente
estese presto queste sue prerogative di tutela diventando argine contro
molti mali: a Prato, per esempio, la Sacra Cintola fu esposta anche
per contrastare epidemie o siccità.
Come stabilire dunque un legame tra le tradizioni di culto alla Madonna
della Cintura nella sua accezione femminile legata alla maternità,
di sicura origine orientale, e la nostra?
Una risposta suggestiva è stata data da Giampiero Bognetti: questa
devozione, di forte presa popolare, specialmente tra le donne, sarebbe
stata scelta durante l'età longobarda da monaci orientali che
sul monte, accanto al castrum, avrebbero fondato una chiesa con intento
missionario. L'articolato discorso di Bognetti si regge tuttavia su
un'ipotesi, quella dei missionari orientali in terra ambrosiana per
la conversione dei longobardi ariani, che non ha trovato solide conferme
storiche.
Anche il rapporto istituito dall'illustre studioso con la vicina Madonna
di Monte Morone presso Malnate non lascia del tutto soddisfatti poiché
non sappiamo se la devozione alla Madonna della Cintura sia quella originaria
della chiesa di Monte Morone, le cui prime attestazioni risalgono al
XIII secolo, anche se alcune sepolture trovate sotto al pavimento potrebbero
essere indice di una maggiore antichità. La Madonna della Cintura
oggi in loco, scultura cinquecentesca che ne sostituì una precedente,
sembrerebbe piuttosto appartenere alla tipologia normalmente legata
alla presenza di una Compagnia della Cintura, di cui abbiamo già
parlato, benché al momento non risulti che qui avessero la loro
sede dei Cinturati.
A proposito poi della pratica della pesatura dei neonati, il collegamento
suggerito dal Bognetti con S. Donato sul Monte di Brunate sopra Como,
dove l'uso è attestato molto più tardi che a S. Maria
del Monte, è effettuato nuovamente sulla base della supposizione
che anche tale chiesa sia stata fondata da comunità orientali
per l'evangelizzazione dei longobardi.
Sappiamo che, almeno dal XII secolo, la festa patronale di S. Maria
del Monte si celebrava il giorno dell'Assunzione. Poiché questa
festività fu introdotta nel VII secolo dall'Oriente, il Bognetti
trova in questa circostanza un ulteriore indizio per la sua tesi orientale.
Il 15 agosto il clero varesino saliva sul monte sopra Velate per solennizzare
coralmente il giorno e, così come accade ancora oggi, si contavano
molti pellegrinaggi. Anche se la dedicazione del santuario all'Assunta
è antica, rimane tuttavia fatto non scontato il sorgere della
devozione alla Madonna della Cintola.
In conclusione: l'iconografia della Madonna attribuita a Domenico e
Lanfranco rimane per molti aspetti problematica. Ci auguriamo che, se
continuerà ad essere letta come Madonna della Cintola, documenti
inediti potranno fornirci ulteriori elementi per una sua piena comprensione,
gettando nuova luce sui documenti noti, dai quali è stata dedotta
la presenza a S. Maria del Monte della devozione alla Madonna della
Cintura per l'esistenza certa della radicata tradizione di offerta di
cinture e panni, oltre che della pesatura dei neonati, di cui si è
andati discorrendo.
NOTA BIBLIOGRAFICA
. Per i documenti relativi all'offerta di cinture, di panni e alla pesatura
dei neonati: C. MANARESI, Regesto di S. Maria di Monte Velate sino all'anno
1200, in Regesta Chartarum Italiae, Roma, 1937, documenti n. 252 (anno
1182), n. 303 (anno 1189), n. 359 (anno 1195), n. 376 (anno 1196), n.
384 (anno 1197).
La piantina del 1578 è stata pubblicata per la prima volta da
C. DEL FRATE, Santa Maria del Monte sopra Varese, Chiavari, 1933, tav.
LXXXVI (140).
. Per l'interpretazione dei documenti sopracitati si rimanda all'analisi
storica di G. BOGNETTI, S. Maria di Castelseprio, Milano, 1948, vol
II, pp. 296-319 (per elementi di criticità sull'ipotesi dei missionari
orientali si veda M. NAVONI, Dai Longobardi ai Carolingi, in L. Vaccaro
(a cura di), Diocesi di Milano,Varese, 1990) e alla rilettura più
recente di P. FRIGERIO - P. G. PISONI, "Quotiens ibunt rampeguti
". La macchina della pietà a S. Maria di Monte Velate,
in Medioevo in cammino: l'Europa dei pellegrini. Atti del Convegno internazionale
di studi (Orta San Giulio, 2-5 settembre 1987), Orta San Giulio, 1989,
pp. 225-228.