La Madonna del latte esposta nella quarta sala del Museo Baroffio e
del Santuario è un pregevole bassorilievo in marmo di Candoglia
databile verso la fine del XV secolo.
La Madonna allatta il Figlio che, robusto ed energico, appoggia i piedi
sulla mensola creata dall'aggetto della cornice che inquadra l'opera.
Oltre che dagli angoli in prospettiva della "finestra" abitata
con decisa presenza dalla figura della Madonna con il Bambino, la profondità
dell'immagine è garantita da espedienti quali la testa della
Vergine e una gamba del Bambino che fuoriescono dallo specchio dell'inquadratura
sovrapponendosi alla cornice e facendosi così più vicini
allo spettatore.
Quest' esigenza di rappresentazione prospettica dello spazio, risolta
in modo efficace, insieme alla conoscenza, diretta o mediata, di esempi
di scultura "classica" evidenziata dalla capigliatura a riccioli
regolari e serrati del Bambino, consentono di datare la scultura verso
la fine del Quattrocento.
L'originaria collocazione della scultura non è nota. Nel catalogo
del primo museo, il Museo del Santuario aperto all'inizio del Novecento
nella casa parrocchiale, Ludovico Pogliaghi scrisse che il bassorilievo
fu "trasportato dall'atrio della Chiesa". Tenendo conto del
fatto che il Catalogo degli oggetti preziosi d'arte ed antichità
appartenenti al Santuario di S. Maria del Monte sopra Varese (
)
è del 1905, sembra difficile che Pogliaghi si riferisse all'atrio-nartece
d'origine romanica che, anteposto alla chiesa, precedeva l'ingresso
vero proprio e che fu abbattuto nel XVII secolo quando si decise di
allungare la navata centrale del santuario. L'indicazione generica porta
a pensare che l'"atrio" da cui proviene la Madonna del latte
fosse uno spazio allora ancora esistente da cui essa fu tolta per darle
degna collocazione nel neonato museo, forse individuabile nel corridoio
al termine della Via Sacra attraverso il quale oggi entrano in santuario
la maggior parte dei pellegrini, oltrepassata la piazzetta con la statua
di Paolo VI. Al di là di ogni ipotesi, rimane il fatto che non
sappiamo se questo "atrio" abbia ospitato la Madonna del latte
fin dall'origine. Quello che è certo è che, diversamente
dalla Madonna con il Bambino di Domenico e Lanfranco da Ligurno, immagine-simbolo
del museo, la Madonna del latte non è il frammento di un apparato
scultoreo più consistente, ma è un'opera che si presenta
nella sua interezza, totalmente racchiusa entro la cornice scolpita.
Il motivo della Madonna allattante, che visualizza con immediatezza
la realtà dell'incarnazione, è d'origine antica, ma conobbe
una notevolissima fortuna proprio nell'età cui è ascritta
la Madonna del museo: è infatti a cavallo tra XV e XVI secolo
che si assiste a una straordinaria fioritura di affreschi votivi e immagini
devozionali di Madonna del latte. In particolare in Lombardia il tema
ebbe larga diffusione a opera di allievi e seguaci di Leonardo. Dalla
fine del Cinquecento, nella Milano dei Borromeo, il numero di tali raffigurazioni
scende invece drasticamente. La ragione è presto compresa se
si legge quanto scrisse il cardinale Federico Borromeo nel capitolo
della sua opera De pictura sacra (1624) dedicato al nudo: "Appare
ancora la sconvenienza di quelli che effigiano il divino Infante poppante
in modo da mostrare denudati il seno e la gola della Beata Vergine,
mentre quelle membra non si devono dipingere che con molta cautela e
modestia"(edizione a cura di C. Castiglioni, Sora, 1932, p. 65).
Penso che molti varesini saprebbero facilmente richiamare alla mente
alcune Madonne del latte "cittadine": forse non la trecentesca
Madonna del latte affrescata nel presbiterio del battistero di Varese,
ma sicuramente quella d'inizio Cinquecento che è al centro della
pala d'altare dello stesso battistero. L'iconografia è tradizionale:
il neonato Bambino succhia il latte in braccio alla Madre. L'immagine
della Madonna del latte del museo, con il Bambino in piedi, è
invece decisamente più rara, benché la si trovi anche,
per esempio, nella cappella della Madonna del latte in S. Stefano a
Bizzozzero.
Le Madonne del latte del battistero di Varese mostrano l'evoluzione
principale del tema: da una raffigurazione stilizzata e simbolica del
seno, a volte anatomicamente improbabile, si giunge alla rappresentazione
del gesto dell'allattamento sotto il segno di una maggiore naturalezza.
Il marmo usato per la Madonna del latte del museo, quello di Candoglia,
piccolo paese in comune di Mergozzo (Verbania), ci riporta alla cattedrale
della nostra diocesi, costruita e abbellita con questo marmo che unisce
doti strutturali, come l'alta resistenza alla compressione, a qualità
estetiche facilmente apprezzabili guardando al variato panorama delle
migliaia di sculture che popolano il nostro duomo. Già utilizzato
in epoca romana, il marmo di Candoglia fu riservato alla Fabbrica del
Duomo di Milano dal 24 ottobre 1387, grazie alla cessione d'uso offerta
dal signore di Milano, Gian Galeazzo Visconti, confermata il secolo
dopo da Galeazzo Maria Sforza (colui che, tra l'altro, volle l'ampliamento
del Santuario di S. Maria del Monte cui vennero aggiunte le navate laterali
e due absidi). Ancora oggi lo sfruttamento della cave rimane diritto
esclusivo della Veneranda Fabbrica. Concesso in passato per pochi altri
importanti edifici, come la Certosa di Pavia o la Cappella Colleoni
a Bergamo, oggi l'utilizzo di questo marmo prosegue soprattutto nell'incessante
attività di manutenzione del duomo. Il marmo dai primi decenni
del Novecento non arriva più a Milano via acqua, quando navigando
nel Toce, quindi nel Verbano, poi nel Ticino, infine nel Naviglio Grande,
il materiale giungeva al laghetto di S. Eustorgio e, successivamente,
al laghetto di S. Stefano, vicino al cantiere del duomo.
Si ritiene che un modo di dire sia entrato allora nel nostro vocabolario
per non uscirne più: l'espressione "a ufo" usata per
indicare "a sbafo" che, secondo un'etimologia non universalmente
condivisa, deriverebbe dalla sigla A.U. F. (ad usum fabricae) posta
sui blocchi di marmo destinati al duomo, esenti da ogni dazio e gabella.