da Il nostro Sacro Monte - 40/2006

La Madonna del latte
a cura di Laura Marazzi

   


La Madonna del latte esposta nella quarta sala del Museo Baroffio e del Santuario è un pregevole bassorilievo in marmo di Candoglia databile verso la fine del XV secolo.
La Madonna allatta il Figlio che, robusto ed energico, appoggia i piedi sulla mensola creata dall'aggetto della cornice che inquadra l'opera. Oltre che dagli angoli in prospettiva della "finestra" abitata con decisa presenza dalla figura della Madonna con il Bambino, la profondità dell'immagine è garantita da espedienti quali la testa della Vergine e una gamba del Bambino che fuoriescono dallo specchio dell'inquadratura sovrapponendosi alla cornice e facendosi così più vicini allo spettatore.
Quest' esigenza di rappresentazione prospettica dello spazio, risolta in modo efficace, insieme alla conoscenza, diretta o mediata, di esempi di scultura "classica" evidenziata dalla capigliatura a riccioli regolari e serrati del Bambino, consentono di datare la scultura verso la fine del Quattrocento.
L'originaria collocazione della scultura non è nota. Nel catalogo del primo museo, il Museo del Santuario aperto all'inizio del Novecento nella casa parrocchiale, Ludovico Pogliaghi scrisse che il bassorilievo fu "trasportato dall'atrio della Chiesa". Tenendo conto del fatto che il Catalogo degli oggetti preziosi d'arte ed antichità appartenenti al Santuario di S. Maria del Monte sopra Varese (…) è del 1905, sembra difficile che Pogliaghi si riferisse all'atrio-nartece d'origine romanica che, anteposto alla chiesa, precedeva l'ingresso vero proprio e che fu abbattuto nel XVII secolo quando si decise di allungare la navata centrale del santuario. L'indicazione generica porta a pensare che l'"atrio" da cui proviene la Madonna del latte fosse uno spazio allora ancora esistente da cui essa fu tolta per darle degna collocazione nel neonato museo, forse individuabile nel corridoio al termine della Via Sacra attraverso il quale oggi entrano in santuario la maggior parte dei pellegrini, oltrepassata la piazzetta con la statua di Paolo VI. Al di là di ogni ipotesi, rimane il fatto che non sappiamo se questo "atrio" abbia ospitato la Madonna del latte fin dall'origine. Quello che è certo è che, diversamente dalla Madonna con il Bambino di Domenico e Lanfranco da Ligurno, immagine-simbolo del museo, la Madonna del latte non è il frammento di un apparato scultoreo più consistente, ma è un'opera che si presenta nella sua interezza, totalmente racchiusa entro la cornice scolpita.
Il motivo della Madonna allattante, che visualizza con immediatezza la realtà dell'incarnazione, è d'origine antica, ma conobbe una notevolissima fortuna proprio nell'età cui è ascritta la Madonna del museo: è infatti a cavallo tra XV e XVI secolo che si assiste a una straordinaria fioritura di affreschi votivi e immagini devozionali di Madonna del latte. In particolare in Lombardia il tema ebbe larga diffusione a opera di allievi e seguaci di Leonardo. Dalla fine del Cinquecento, nella Milano dei Borromeo, il numero di tali raffigurazioni scende invece drasticamente. La ragione è presto compresa se si legge quanto scrisse il cardinale Federico Borromeo nel capitolo della sua opera De pictura sacra (1624) dedicato al nudo: "Appare ancora la sconvenienza di quelli che effigiano il divino Infante poppante in modo da mostrare denudati il seno e la gola della Beata Vergine, mentre quelle membra non si devono dipingere che con molta cautela e modestia"(edizione a cura di C. Castiglioni, Sora, 1932, p. 65).
Penso che molti varesini saprebbero facilmente richiamare alla mente alcune Madonne del latte "cittadine": forse non la trecentesca Madonna del latte affrescata nel presbiterio del battistero di Varese, ma sicuramente quella d'inizio Cinquecento che è al centro della pala d'altare dello stesso battistero. L'iconografia è tradizionale: il neonato Bambino succhia il latte in braccio alla Madre. L'immagine della Madonna del latte del museo, con il Bambino in piedi, è invece decisamente più rara, benché la si trovi anche, per esempio, nella cappella della Madonna del latte in S. Stefano a Bizzozzero.
Le Madonne del latte del battistero di Varese mostrano l'evoluzione principale del tema: da una raffigurazione stilizzata e simbolica del seno, a volte anatomicamente improbabile, si giunge alla rappresentazione del gesto dell'allattamento sotto il segno di una maggiore naturalezza.
Il marmo usato per la Madonna del latte del museo, quello di Candoglia, piccolo paese in comune di Mergozzo (Verbania), ci riporta alla cattedrale della nostra diocesi, costruita e abbellita con questo marmo che unisce doti strutturali, come l'alta resistenza alla compressione, a qualità estetiche facilmente apprezzabili guardando al variato panorama delle migliaia di sculture che popolano il nostro duomo. Già utilizzato in epoca romana, il marmo di Candoglia fu riservato alla Fabbrica del Duomo di Milano dal 24 ottobre 1387, grazie alla cessione d'uso offerta dal signore di Milano, Gian Galeazzo Visconti, confermata il secolo dopo da Galeazzo Maria Sforza (colui che, tra l'altro, volle l'ampliamento del Santuario di S. Maria del Monte cui vennero aggiunte le navate laterali e due absidi). Ancora oggi lo sfruttamento della cave rimane diritto esclusivo della Veneranda Fabbrica. Concesso in passato per pochi altri importanti edifici, come la Certosa di Pavia o la Cappella Colleoni a Bergamo, oggi l'utilizzo di questo marmo prosegue soprattutto nell'incessante attività di manutenzione del duomo. Il marmo dai primi decenni del Novecento non arriva più a Milano via acqua, quando navigando nel Toce, quindi nel Verbano, poi nel Ticino, infine nel Naviglio Grande, il materiale giungeva al laghetto di S. Eustorgio e, successivamente, al laghetto di S. Stefano, vicino al cantiere del duomo.
Si ritiene che un modo di dire sia entrato allora nel nostro vocabolario per non uscirne più: l'espressione "a ufo" usata per indicare "a sbafo" che, secondo un'etimologia non universalmente condivisa, deriverebbe dalla sigla A.U. F. (ad usum fabricae) posta sui blocchi di marmo destinati al duomo, esenti da ogni dazio e gabella.