Se si chiedesse a un qualsiasi varesino un giudizio sulla Fuga in Egitto,
immagino che quasi tutti riferirebbero la domanda alla Fuga in Egitto
che Renato Guttuso realizzò al Sacro Monte accanto alla Terza
Cappella della Via Sacra, malgrado siano molti gli artisti celebri che
in diverse epoche si cimentarono con questo tema. Non entriamo nel merito
della risposta che la popolazione varesina darebbe a una simile domanda
perché sappiamo che nascerebbero discussioni infinite. A noi
interessa in questa sede capire la novità dell'iconografia proposta
da Guttuso. Per farlo è necessario conoscere come più
frequentemente è rappresentato in arte il viaggio della Sacra
Famiglia.
La narrazione evangelica è molto sintetica: Egli (Giuseppe) dunque
si alzò e, di notte, prese il bambino e la madre e si ritirò
in Egitto (Matteo 2, 14). Come già nel caso della nascita di
Gesù, è la letteratura apocrifa che amplia e colorisce
il racconto dell'evento, costituendo una fonte fondamentale per le trasposizioni
pittoriche dell'episodio.
Giuseppe è di solito raffigurato a piedi mentre conduce l'asino
sul quale è Maria col Bambino in braccio. Così era nella
Fuga in Egitto che intorno alla metà del XVII secolo Carlo Francesco
Nuvolone dipinse accanto alla Cappella della Natività, dove ora
è quella di Guttuso, al cui interno Nuvolone affrescò
alcune scene strettamente correlate quali L'annuncio a Giuseppe, La
partenza per l'Egitto, La strage degli innocenti.
Al piano superiore del Museo Baroffio e del Santuario è esposto
un disegno che raffigura la fuga della Sacra Famiglia del Nuvolone.
Nel disegno l'attenzione è incentrata esclusivamente sul gruppo
con Giuseppe, Maria e Gesù. Giuseppe, che indossa un largo cappello,
cammina aiutandosi con un bastone, mentre sulla spalla trasporta un
fardello, magro bagaglio appeso a un legno. Maria è sull'asino
e guarda con materna dolcezza il Figlio che ha in grembo. La scena nel
suo complesso era ambientata in un paesaggio dominato sulla destra da
una nobile architettura e sulla sinistra da alcuni alberi. Non mancava
un particolare spesso presente nella scena della Fuga in Egitto, tratto
dal vangelo apocrifo dello pseudo-Matteo, secondo cui la Sacra Famiglia
avrebbe trovato ristoro all'ombra di una palma che avrebbe offerto anche
i suoi preziosi frutti piegando miracolosamente verso terra l'alta chioma.
Nell'affresco di Nuvolone la tradizione della palma che sfamò
la Sacra Famiglia in viaggio era resa dall'angelo che, scendendo in
volo, portava alcuni datteri.
Non è raro trovare angeli nella raffigurazione della Fuga in
Egitto: indicano la strada, aiutano e proteggono i fuggiaschi. Anche
Matteo, d'altra parte, attribuisce loro un ruolo fondamentale all'interno
della vicenda: è un angelo del Signore che appare in sogno a
Giuseppe per esortarlo a partire ed è un angelo che annuncia
la fine dell'esilio. Perché pensare che il compito dell'angelo
si esaurisse nell'essere messaggero divino e non immaginarlo, per esempio,
mentre tiene sospeso, quasi baldacchino improvvisato, un ampio drappo
sopra le teste dei poveri migranti? È quanto fa lo scultore Enrico
Manfrini che in un rilievo bronzeo esposto nella sala di arte religiosa
contemporanea del museo, bozzetto per un'opera destinata alla Cattedrale
Saint Mary di San Francisco, attribuisce all'angelo questo gesto col
quale vuole proteggere, ma anche nobilitare e onorare l'anonimo gruppetto
nel quale si cela agli occhi dei più il Salvatore.
Anche la coloratissima Fuga in Egitto del pittore croato Ivo Dulcic,
ospitato nella stessa sala, segue l'iconografia tradizionale con Giuseppe
a piedi e la Madonna sull'asino col Bambino. L'asino dalle lunghe zampe
avanza mesto, la testa piegata in avanti come quello del Nuvolone. Di
solito l'asino della Fuga in Egitto viene considerato lo stesso che,
secondo la tradizione, portò Maria a Betlemme e poi scaldò
Gesù neonato, tanto è vero che a volte gli fa compagnia
un bue anche nella fuga. Se il paesaggio in Dulcic è trasfigurato
da colori mossi, i personaggi che si muovono lenti si distinguono con
leggera fatica. Si riconosce tuttavia che Giuseppe indossa il copricapo
palestinese, la kefiah.
Al San Giuseppe della Fuga in Egitto di Renato Guttuso, della quale
è conservato in museo un bozzetto di discrete dimensioni, si
è spesso rimproverato di essere troppo marcatamente "semita"
non solo nell'abbigliamento, ma anche nelle sembianze. Questo e altri
dati, come la presenza di arnesi da falegname nel ridotto bagaglio o
la descrizione del paesaggio desertico con i suoi toni gialli, le rocce,
le palme, i cactus, si riconducono alla più generale volontà
di Guttuso di fare, come lui stesso disse, "un dipinto efficace,
comprensibile, evidente, di immediato contatto con il pubblico, senza
stupidi intellettualismi"(La Prealpina, 1 agosto 1984). La Fuga
di Guttuso non è però solo la fuga della Sacra Famiglia,
ma è anche la rappresentazione del riproporsi nel tempo presente
del dramma di coloro che devono lasciare la terra natia per sfuggire
a oppressioni o persecuzioni. Sul Corriere della Sera il 6 novembre
1983 Guttuso scrisse in un noto articolo che, tra l'altro, spiega la
ragione della novità dell'iconografia che vede in groppa all'asino
anche Giuseppe: "Avevo visto su un settimanale la fotografia di
una famiglia di palestinesi, un esodo. Un uomo con la sua donna e il
bambino, con qualche masserizia, su un asino: una Sacra Famiglia di
oggi. Il racconto evangelico secondo la lettera di Matteo si ripete
ai nostri giorni (
)". Ancora più in generale la Fuga
è il simbolo della vita che trova la salvezza, attraverso il
deserto, fuggendo la morte. Nella storia dell'arte non è raro
che la Fuga in Egitto assuma valenze simboliche e moralistiche. La fuga
viene associata al tema del pellegrinaggio, alla necessità, da
parte del cristiano, di camminare sul sentiero della vita, malgrado
i pericoli e la fatica, con la stessa pazienza e umiltà della
Sacra Famiglia. In molte opere di pittori fiamminghi, come per esempio
Brueghel, si aprono paesaggi con edifici diroccati oppure villaggi e
campi ameni in cui ferve il lavoro, mentre la Sacra Famiglia, presenza
discreta e solo apparentemente secondaria, imbocca aspri sentieri: è
il difficile percorso che porta alla salvezza contrapposto alla corruzione
(ruderi), alla comoda via (sentieri ridenti) , alla vacuità dei
traffici mondani (attività febbrile). Sembra avvicinabile a questi
esempi il piccolo cinquecentesco Paesaggio invernale di scuola fiamminga
conservato nella terza sala del museo in cui, a un occhio ben attento,
non dovrebbe sfuggire in basso a sinistra la presenza di una minuscola
Fuga in Egitto. Giuseppe cammina conducendo l'asino con Maria e il Bambino,
di cui si vede solo il puntino rosa del viso. La neve è scesa
su case e campi. Ci sono uomini che camminano e trascinano slitte, un
mulino a vento e, verso il fondo, una veduta di città nordica,
segnata dalla verticalità di ascendenza gotica, in cui la probabile
cattedrale si staglia col suo alto campanile nel cielo colorato dall'alba
invernale.
Oltre alla raffigurazione dinamica della fuga vera e propria, è
presente in museo anche il tema "statico" del Riposo durante
la fuga in Egitto in cui la Sacra Famiglia si concede una pausa durante
il viaggio: è una cinquecentesca tempera su pergamena attribuita
al miniatore lombardo Agostino Decio in cui brevi tratti dai colori
tenui individuano figure aggraziate e monumentali, pur nel formato decisamente
ridotto dell'opera, come il robusto Bambino in braccio a Maria.