da Il nostro Sacro Monte - 39/2006

Di fuga in fuga
a cura di Laura Marazzi

   


Se si chiedesse a un qualsiasi varesino un giudizio sulla Fuga in Egitto, immagino che quasi tutti riferirebbero la domanda alla Fuga in Egitto che Renato Guttuso realizzò al Sacro Monte accanto alla Terza Cappella della Via Sacra, malgrado siano molti gli artisti celebri che in diverse epoche si cimentarono con questo tema. Non entriamo nel merito della risposta che la popolazione varesina darebbe a una simile domanda perché sappiamo che nascerebbero discussioni infinite. A noi interessa in questa sede capire la novità dell'iconografia proposta da Guttuso. Per farlo è necessario conoscere come più frequentemente è rappresentato in arte il viaggio della Sacra Famiglia.
La narrazione evangelica è molto sintetica: Egli (Giuseppe) dunque si alzò e, di notte, prese il bambino e la madre e si ritirò in Egitto (Matteo 2, 14). Come già nel caso della nascita di Gesù, è la letteratura apocrifa che amplia e colorisce il racconto dell'evento, costituendo una fonte fondamentale per le trasposizioni pittoriche dell'episodio.
Giuseppe è di solito raffigurato a piedi mentre conduce l'asino sul quale è Maria col Bambino in braccio. Così era nella Fuga in Egitto che intorno alla metà del XVII secolo Carlo Francesco Nuvolone dipinse accanto alla Cappella della Natività, dove ora è quella di Guttuso, al cui interno Nuvolone affrescò alcune scene strettamente correlate quali L'annuncio a Giuseppe, La partenza per l'Egitto, La strage degli innocenti.
Al piano superiore del Museo Baroffio e del Santuario è esposto un disegno che raffigura la fuga della Sacra Famiglia del Nuvolone. Nel disegno l'attenzione è incentrata esclusivamente sul gruppo con Giuseppe, Maria e Gesù. Giuseppe, che indossa un largo cappello, cammina aiutandosi con un bastone, mentre sulla spalla trasporta un fardello, magro bagaglio appeso a un legno. Maria è sull'asino e guarda con materna dolcezza il Figlio che ha in grembo. La scena nel suo complesso era ambientata in un paesaggio dominato sulla destra da una nobile architettura e sulla sinistra da alcuni alberi. Non mancava un particolare spesso presente nella scena della Fuga in Egitto, tratto dal vangelo apocrifo dello pseudo-Matteo, secondo cui la Sacra Famiglia avrebbe trovato ristoro all'ombra di una palma che avrebbe offerto anche i suoi preziosi frutti piegando miracolosamente verso terra l'alta chioma. Nell'affresco di Nuvolone la tradizione della palma che sfamò la Sacra Famiglia in viaggio era resa dall'angelo che, scendendo in volo, portava alcuni datteri.
Non è raro trovare angeli nella raffigurazione della Fuga in Egitto: indicano la strada, aiutano e proteggono i fuggiaschi. Anche Matteo, d'altra parte, attribuisce loro un ruolo fondamentale all'interno della vicenda: è un angelo del Signore che appare in sogno a Giuseppe per esortarlo a partire ed è un angelo che annuncia la fine dell'esilio. Perché pensare che il compito dell'angelo si esaurisse nell'essere messaggero divino e non immaginarlo, per esempio, mentre tiene sospeso, quasi baldacchino improvvisato, un ampio drappo sopra le teste dei poveri migranti? È quanto fa lo scultore Enrico Manfrini che in un rilievo bronzeo esposto nella sala di arte religiosa contemporanea del museo, bozzetto per un'opera destinata alla Cattedrale Saint Mary di San Francisco, attribuisce all'angelo questo gesto col quale vuole proteggere, ma anche nobilitare e onorare l'anonimo gruppetto nel quale si cela agli occhi dei più il Salvatore.
Anche la coloratissima Fuga in Egitto del pittore croato Ivo Dulcic, ospitato nella stessa sala, segue l'iconografia tradizionale con Giuseppe a piedi e la Madonna sull'asino col Bambino. L'asino dalle lunghe zampe avanza mesto, la testa piegata in avanti come quello del Nuvolone. Di solito l'asino della Fuga in Egitto viene considerato lo stesso che, secondo la tradizione, portò Maria a Betlemme e poi scaldò Gesù neonato, tanto è vero che a volte gli fa compagnia un bue anche nella fuga. Se il paesaggio in Dulcic è trasfigurato da colori mossi, i personaggi che si muovono lenti si distinguono con leggera fatica. Si riconosce tuttavia che Giuseppe indossa il copricapo palestinese, la kefiah.
Al San Giuseppe della Fuga in Egitto di Renato Guttuso, della quale è conservato in museo un bozzetto di discrete dimensioni, si è spesso rimproverato di essere troppo marcatamente "semita" non solo nell'abbigliamento, ma anche nelle sembianze. Questo e altri dati, come la presenza di arnesi da falegname nel ridotto bagaglio o la descrizione del paesaggio desertico con i suoi toni gialli, le rocce, le palme, i cactus, si riconducono alla più generale volontà di Guttuso di fare, come lui stesso disse, "un dipinto efficace, comprensibile, evidente, di immediato contatto con il pubblico, senza stupidi intellettualismi"(La Prealpina, 1 agosto 1984). La Fuga di Guttuso non è però solo la fuga della Sacra Famiglia, ma è anche la rappresentazione del riproporsi nel tempo presente del dramma di coloro che devono lasciare la terra natia per sfuggire a oppressioni o persecuzioni. Sul Corriere della Sera il 6 novembre 1983 Guttuso scrisse in un noto articolo che, tra l'altro, spiega la ragione della novità dell'iconografia che vede in groppa all'asino anche Giuseppe: "Avevo visto su un settimanale la fotografia di una famiglia di palestinesi, un esodo. Un uomo con la sua donna e il bambino, con qualche masserizia, su un asino: una Sacra Famiglia di oggi. Il racconto evangelico secondo la lettera di Matteo si ripete ai nostri giorni (…)". Ancora più in generale la Fuga è il simbolo della vita che trova la salvezza, attraverso il deserto, fuggendo la morte. Nella storia dell'arte non è raro che la Fuga in Egitto assuma valenze simboliche e moralistiche. La fuga viene associata al tema del pellegrinaggio, alla necessità, da parte del cristiano, di camminare sul sentiero della vita, malgrado i pericoli e la fatica, con la stessa pazienza e umiltà della Sacra Famiglia. In molte opere di pittori fiamminghi, come per esempio Brueghel, si aprono paesaggi con edifici diroccati oppure villaggi e campi ameni in cui ferve il lavoro, mentre la Sacra Famiglia, presenza discreta e solo apparentemente secondaria, imbocca aspri sentieri: è il difficile percorso che porta alla salvezza contrapposto alla corruzione (ruderi), alla comoda via (sentieri ridenti) , alla vacuità dei traffici mondani (attività febbrile). Sembra avvicinabile a questi esempi il piccolo cinquecentesco Paesaggio invernale di scuola fiamminga conservato nella terza sala del museo in cui, a un occhio ben attento, non dovrebbe sfuggire in basso a sinistra la presenza di una minuscola Fuga in Egitto. Giuseppe cammina conducendo l'asino con Maria e il Bambino, di cui si vede solo il puntino rosa del viso. La neve è scesa su case e campi. Ci sono uomini che camminano e trascinano slitte, un mulino a vento e, verso il fondo, una veduta di città nordica, segnata dalla verticalità di ascendenza gotica, in cui la probabile cattedrale si staglia col suo alto campanile nel cielo colorato dall'alba invernale.
Oltre alla raffigurazione dinamica della fuga vera e propria, è presente in museo anche il tema "statico" del Riposo durante la fuga in Egitto in cui la Sacra Famiglia si concede una pausa durante il viaggio: è una cinquecentesca tempera su pergamena attribuita al miniatore lombardo Agostino Decio in cui brevi tratti dai colori tenui individuano figure aggraziate e monumentali, pur nel formato decisamente ridotto dell'opera, come il robusto Bambino in braccio a Maria.