Il "sorriso d'una Madonna di pietra", per usare le belle parole
del poeta Renato Tadini, accoglie il visitatore che si spinga appena
oltre la soglia del Museo Baroffio e del Santuario del Sacro Monte sopra
Varese (1).
È una Vergine con il Figlio dall'espressione insieme dolce e
solenne, scolpita alla fine del XII secolo da Domenico e Lanfranco da
Ligurno secondo un linguaggio sicuro dalla plasticità solida
ed essenziale.
Scelta come immagine-simbolo del restaurato museo, questa notevole Madonna
romanica torna oggi ad assumere, anche se in forma diversa e in un contesto
mutato, quella funzione di accoglienza che ebbe per secoli in quanto
probabile elemento centrale della lunetta del ricco portale di accesso
alla chiesa di S. Maria del Monte (2), definito, nella importante relazione
della visita pastorale di S. Carlo Borromeo del 1578, "de prede
intagliate con ornamento"(3) . In museo è conservato inoltre
un settore di archivolto con racemi ritenuto pertinente alla porta stessa,
"fatta in arco", ingresso principale per il pellegrino che,
dopo la faticosa salita, oltrepassato il "serraglio" - nartece
abbattuto alla fine del XVII secolo insieme alla nostra porta per allungare
la navata centrale e guadagnare così spazio all'interno del santuario-,
entrava finalmente nella chiesa (4).
Protetta dunque da questa specie di atrio, la Madonna, che il catalogo
del Museo del Santuario redatto all'inizio del Novecento indica genericamente
come proveniente "da antiche costruzioni della chiesa" , non
fu mai in balia delle intemperie e si offre infatti a noi in buono stato
di conservazione nelle sue morbide linee in pietra di Viggiù.
La Vergine, la cui veste nella parte inferiore si dispone secondo pieghe
che rimandano alla forma-simbolo della mandorla, presenta alla nostra
devozione il Bambino che con una mano benedice e con l'altra regge una
cintura che scende rigida lungo il busto di Maria.
È una Madonna della Cintola (o della Cintura), la cui immagine
risulta frequente soprattutto in ambito toscano, data la notevole diffusione
in quei luoghi della devozione legata alla reliquia della Sacra Cintola,
venerata a Prato.
Essa è generalmente raffigurata nell'atto di dare la sua cintura
a S. Tommaso, mentre, spesso entro una mandorla, viene assunta in cielo.
Secondo la narrazione dei vangeli apocrifi, infatti, S. Tommaso, che
si trovava solo in India, venne miracolosamente trasportato sul Monte
degli Ulivi, dove ricevette la cintura da Maria Assunta, cintura che
in seguito egli mostrò agli altri apostoli per provare la sua
presenza durante lo straordinario evento.
Un'altra versione della tradizione, della quale ci dà conto Jacopo
da Varagine nella sua Legenda Aurea, vuole invece che, poiché
S. Tommaso, assente al momento dell'Assunzione di Maria, si dimostrava
incredulo rispetto al racconto degli apostoli, la Vergine fece cadere
dal cielo la sua cintura per convincerlo.
La cintura fu dunque venerata come la prova dell'Assunzione in cielo
di Maria in anima e corpo, dogma di formulazione novecentesca, ma di
antichissima credenza.
Il culto alla Cintola della Vergine, peraltro di antica origine orientale
e maggiormente diffuso in area bizantina, ha assunto differenti funzioni
in luoghi diversi. Poteva per esempio essere finalizzato alla protezione
in caso di attacco nemico, assimilandosi la cintura alla cinta muraria
di una città, come avveniva a Costantinopoli. Al Sacro Monte,
che pure sappiamo essere stato luogo di fortificazione militarmente
strategico, questo culto pare avesse invece una connotazione prettamente
femminile in quanto alla Madonna della Cintola si chiedevano il buon
esito di gravidanze e la protezione dei neonati, le cui fasce venivano
portate nel Santuario e collocate in un apposito locale (5).
Non sono molte le notizie relative agli scultori della Madonna della
quale si è andati fin qui discorrendo, Domenico e Lanfranco da
Ligurno. Abbiamo tuttavia precise testimonianze, rare per l'epoca alla
quale si riferiscono, che manifestano un'importanza non trascurabile
dei due.
Nel documento datato 30 maggio 1196, ora in Archivio di Stato di Milano,
fondamentale per dare un nome agli artefici della Madonna del nostro
museo, è riportato che "Domenicus magister de Livurno et
Lanfrancus filius suus" fecero "portam et retias et scalam
novam s.te ecclesie tunc" e cioè la porta, le transenne
e la scala della chiesa di S. Maria del Monte (6). Domenico è
definito magister, termine che in età medievale può accorpare
in sé i significati di scultore, architetto e capomastro e che
ritorna, sebbene questa volta riferito al figlio, nella firma di Lanfranco
scolpita sul più studiato capitello del chiostro di Voltorre:
LANFRANCUS MAGISTER FILIUS DOMERGATII DE LIVURNO (magister Lanfranco,
figlio di Domenicaccio da Ligurno). È stato ipotizzato che a
Lanfranco spetti non soltanto l'esecuzione dei capitelli del chiostro
del monastero fruttuariense di S. Michele di Voltorre, ma anche la sua
progettazione (7).
Può essere interessante notare come la stessa qualifica di magister
venga riconosciuta a quel ben più celebre Lanfranco il cui nome
si lega a una delle realizzazioni somme dell'arte romanica, il Duomo
di Modena. Suggestiva, ma tutta da dimostrare, la sovrapposizione, più
volte sostenuta, del Lanfranco da Ligurno, attivo con certezza a S.
Maria del Monte e a Voltorre, con il Lanfranco architetto e capomastro
della cattedrale modenese (8).
Nel Museo Baroffio e del Santuario sono conservati altri due pezzi scultorei
attribuibili a Domenico e Lanfranco da Ligurno: una testina di fanciullo
e un leone reggente un libro, simbolo dell'evangelista Marco.
Il Lotti ipotizza che questi possano essere messi in rapporto con il
portale riccamente scolpito oppure con la zona presbiteriale del santuario
(9). In particolare il leone potrebbe essere stato parte di un ambone
o di un pulpito recanti i simboli dei quattro evangelisti (leone, aquila,
toro e angelo), secondo una tradizione consolidata dell'arte romanica.
Sempre il Lotti ritiene probabile che spettino a Domenico e Lanfranco
da Ligurno anche i peducci degli archetti pensili che coronano la facciata
romanica di S. Maria, riportati alla luce nel 1983 (10) , mentre la
Viotto assegna agli stessi tre figure di Monaci, conservati al Castello
Sforzesco di Milano, per i quali è possibile pensare a un legame
con il territorio varesino se non addirittura con il complesso di Voltorre
(11).
C'è un ulteriore elemento che aggiunge preziosità alla
Madonna col Bambino del museo: è la più antica immagine
della Vergine che possa essere messa in rapporto alla secolare storia
di S. Maria del Monte.
La statua che si trova in santuario sopra l'altare maggiore è
infatti relativamente più recente, risalendo probabilmente al
XIV secolo. Fu tuttavia proprio questa Madonna lignea, avvolta in ampie
vesti ricamate e incoronata insieme al Bambino a rappresentare il quindicesimo
mistero del Rosario, a essere oggetto di venerazione per secoli, tanto
più che la tradizione popolare la identificava con quella consacrata
da S.Ambrogio durante la solenne celebrazione del 389 in ringraziamento
della vittoria riportata sugli ariani, episodio che avrebbe inaugurato
il culto mariano sul monte poi detto sacro. Un altro elemento di importanza
derivava dalla credenza che la statua fosse stata realizzata dall'evangelista
Luca.
Oggi risulta chiaro che questo simulacro della Vergine non possa essere
quello di cui narra la tradizione, peraltro ormai ben poco conosciuta.
La Madonna del Monte continua tuttavia a essere la Madonna posta sopra
l'altare maggiore della chiesa: è lei a essere invocata dai pellegrini
che continuano a salire quassù numerosi e a comparire sulle immaginette
e sugli oggetti ricordo del Santuario.
Anche lo scultore Floriano Bodini, uno degli artisti più rappresentati
all'interno della nuova grande sala mariana del Museo Baroffio e legato
da più fili alla storia recente del Sacro Monte, ci presenta
nella sua Madonna del Sacro Monte quell'immagine di Maria incoronata
col Bambino: le vesti che la ricoprono abbondanti danno monumentalità
all'esile figura e lasciano solo intravedere il borgo col suo campanile.
Il marmo del bassorilievo, datato 1997, è segnato da linee essenziali
che sottolineano i piani secondo modalità che testimoniano l'approdo
di Bodini a un linguaggio plastico misurato, nel quale il modellato
quasi inciso è impreziosito da elementi di raffinata ricchezza
decorativa, quali i ricami del manto della Madonna.
(1). R. Tadini, Una Madonna di pietra,
pubblicata a pag. di questo numero, oppure riportare la poesia di Tadini
qui in nota: Una Madonna di pietra. Vetuste case, scoscesi i tetti,/stradine
dissestate;/ negli angusti angiporti, s'osserva del cielo,/ un frammento,
un saluto soltanto,/quasi un sorriso un po' stanco. /Quattro scalini,
una porta di vetro:/dietro quell'uscio, un frontone ed il sorriso/d'una
Madonna di pietra.
(2). C.A.Lotti, Le sette chiese della Madonna del Monte ,Milano, 1992,
pp. 27-29, 172-174.
C.A.Lotti, S. Maria del Monte sopra Varese, Cinisello Balsamo, 2000,
pp. 56, 57.
(3). Visita pastorale Carlo Borromeo, 11 aprile 1578, Archivio Curia
Arcivescovile di Milano, pubblicata da C.A.Lotti in Le sette chiese
, pp. 9 -13.
(4). L. Pogliaghi, L. Riva, Catalogo degli oggetti preziosi d'arte ed
antichità appartenenti al Santuario di S. Maria del Monte sopra
Varese
, 29-30 agosto 1905,p. 2, Archivio Parrocchiale di S. Maria
del Monte, Sezione storica, Santuario, Cart. 5, fasc. I.
(5). P. Viotto, Sacro Monte di Varese, Azzate, 1997, p. 10.
(6). C. Manaresi, Regesto di Santa Maria di Monte Velate sino all'anno
1200, in Regesta Chartarum Italiae, Roma, 1937, doc. n. 373, 30 maggio
1196.
(7). P. Viotto, A. Lucioni, L'anima e le pietre. La storia secolare
del chiostro di Voltorre, Voltorre, 1999, p. 15.
Per le questioni attributive relative al Chiostro di Voltorre si rimanda
inoltre a P. Viotto, Domenico e Lanfranco da Ligurno, scultori varesini
alla fine del XII secolo, in Arte Lombarda del secondo millennio. Saggi
in onore di Gian Alberto dell'Acqua, Milano, 2000,pp. 22-30.
(8). Si veda per esempio G. Merzario, I Maestri Comacini, Milano, 1893,
vol.I, pp. 128, 150-151.
(9). Idem nota 2.
(10). C.A.Lotti, Le sette chiese
, pp. 42, 45.
(11). P. Viotto, Domenico e Lanfranco
, pp. 27-28.